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20 novembre 2022

La nostra identità davanti a un Dio misericordioso - Giona 2 | 20 Novembre 2022 |

Nella tempesta, come credenti abbiamo due possibilità: tacere, ed essere zavorra inutile, o proclamare Dio, e portare conforto e salvezza. Anche quando la tempesta è dentro di noi.
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La settimana scorsa abbiamo concluso con Giona nella città di Iafo  che pagava il biglietto per salpare verso Tarsis.

Abbiamo detto che Giona lo faceva per due ragioni: il timore di andare in una città di omicidi e perché trovava troppo inquietante la misericordia che Dio  stava estendendo alla città di Ninive.

Un breve riassunto visivo delle azioni di Giona può essere visto guardando una mappa. La città natale di Giona è Gat-Efer. Ninive è il luogo in cui Dio ha chiamato Giona a fare l'annuncio. La città portuale di Iafo (l'attuale Giaffa) è il luogo in cui Giona si reca a prendere la barca. La località dove Giona era diretto è Tarsis, probabilmente in Spagna. Giona sta letteralmente andando nella direzione opposta... il più lontano possibile.

Che cosa fa il Signore a questo proposito?  Il Signore manda una tempesta. Leggiamo Giona 1:4-16

"Il Signore scatenò un gran vento sul mare, e vi fu sul mare una tempesta così forte che la nave era sul punto di sfasciarsi. I marinai ebbero paura e invocarono ciascuno il proprio dio e gettarono a mare il carico di bordo, per alleggerire la nave. Giona, invece, era sceso in fondo alla nave, si era coricato e dormiva profondamente. Il capitano gli si avvicinò e gli disse: «Che fai qui? Dormi? Àlzati, invoca il tuo dio! Forse egli si darà pensiero di noi e non periremo».  Poi si dissero l’un l’altro: «Venite, tiriamo a sorte e sapremo per causa di chi ci capita questa disgrazia». Tirarono a sorte e la sorte cadde su Giona. Allora gli dissero: «Spiegaci dunque per causa di chi ci capita questa disgrazia! Qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo paese? A quale popolo appartieni?»Egli rispose loro: «Sono Ebreo e temo il Signore, Dio del cielo, che ha fatto il mare e la terraferma». Allora quegli uomini furono presi da grande spavento e gli domandarono: «Perché hai fatto questo?» Quegli uomini infatti sapevano che egli fuggiva lontano dalla presenza del Signore, perché egli li aveva messi al corrente della cosa.  Poi gli dissero: «Che dobbiamo fare di te perché il mare si calmi per noi?» Il mare infatti si faceva sempre più tempestoso. Egli rispose: «Prendetemi e gettatemi in mare, e il mare si calmerà per voi; perché io so che questa gran tempesta vi piomba addosso per causa mia».  Tuttavia quegli uomini remavano con forza per raggiungere la riva; ma non riuscivano, perché il mare si faceva sempre più tempestoso e minaccioso. Allora gridarono al Signore e dissero: «Signore, non lasciarci perire per risparmiare la vita di quest’uomo e non accusarci del sangue innocente; poiché tu, Signore, hai fatto come ti è piaciuto».  Poi presero Giona, lo gettarono in mare e la furia del mare si calmò.  Allora quegli uomini furono presi da un grande timore del Signore; offrirono un sacrificio al Signore e fecero dei voti." (Giona 1:4-17)

Quando si scatena la tempesta Giona sa perfettamente perché. Non è la prima tempesta che vediamo nelle Scritture; anzi, la Bibbia ne è piena. Il profeta Geremia ne aveva annunciata una:

“Ecco, la tempesta del Signore! Il furore scoppia, la tempesta imperversa, scroscia sul capo degli empi.  L’ira del Signore non si placherà, finché non abbia eseguito, compiuto i disegni del suo cuore; negli ultimi giorni lo capirete appieno.” (Geremia 23:19-20)

I marinai sono esperti di quel tratto di mare, e subito capiscono che non si tratta di una tempesta “normale”; nessuna nuvola, nessun vento, nessun temporale l'ha preceduta ed annunciata; è scoppiata così, all'improvviso.

E' per questo che, invece di remare, di lascare la randa, o di fare altro per governare la nave, si mettono tutti a pregare.

Si, ma quale dio pregare? Provenendo probabilmente da più parti del medio oriente ognuno ne aveva uno o più: quale era quello che si era adirato, e perché? “ È il dio del mare che è stato offeso?  O il dio dei marinai?  O il dio dei venti?  Era il tuo dio o il mio?” Alla fine, tanto vale pregarli tutti!

Ma una cosa la fanno per governare la nave:  gettano il carico in mare:  era una mossa disperata,  perché in pratica stavano gettando in mare il motivo per cui sarebbero stati pagati una volta a Tarsis. Ma dovevano alleggerire la nave, innalzare la linea di galleggiamento per farla stare un po' più in alto nell'acqua,  in modo da avere meno possibilità  che le onde la sommergessero.

E Giona dove è? Dov'è il profeta che sente la voce di Dio? Quello che sa esattamente qual è il Dio da pregare?  Dove si trova? Cosa sta facendo? Semplicemente, dorme beato! Agli occhi del capitano  che Giona non ci provi nemmeno.   è un atto di assoluto egoismo  e di totale disprezzo per tutti gli altri sulla nave 

Avrebbe dovuto essere sul ponte a pregare assieme a tutti gli altri... pregare il suo dio, non dormire beato!

Guardate questi due versetti:

“La parola del SIGNORE fu rivolta a Giona, figlio di Amittai, in questi termini: «Àlzati, va' a Ninive, la gran città, e proclama contro di lei che la loro malvagità è salita fino a me».” ( Giona 1:2)

“Il capitano gli si avvicinò e gli disse: «Che fai qui? Dormi? Àlzati, invoca il tuo dio! Forse egli si darà pensiero di noi e non periremo». (Giona 1:6)

In cosa si somigliano?  Nella frase “ALZATI!” Capiamo che Giona  è uno di quelli che preferisce NON fare... evitare, lasciare ad altri... Paolo parla di quelli come lui in Romani:

“Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c'è chi lo annunci?” (Romani 10:14)

Giona avrebbe potuto salire sul ponte, dire a tutti :”Un attimo, è inutile che preghiate a questi dei inesistenti: ora pregherò io il vero Dio, colui che può placare la tempesta!” Che testimonianza sarebbe stata? Quanti si sarebbero convertiti? Quanti avrebbero rinunciato ai falsi dei? Perché è vero, offrono un sacrificio a Dio... ma quale Dio? Un Dio che non conoscono, perché Giona,   ancora una volta, fugge.

Due applicazioni per  noi.  La prima.

Quando vediamo altri nel pericolo che invocano altri dei, preghiamo assieme a loro, indicandogli il vero Dio, oppure dormiamo? Attenzione, perché nei momenti di pericolo, noi abbiamo sì Dio...  ma spesso anche noi abbiamo una serie infinita  di altri piccoli dei accessori... Il danaro, la fama, il sesso, l'amico potente... tutte cose che pensiamo possano “aiutare”, se non sostituire il vero Dio.

Come credenti siamo tenuti a salire sul ponte  dove tutti ci vedono, e ci guardano, e a dare testimonianza di quale Dio sia in controllo di tutto.

La seconda. Ve la spiego con il versetto di Romani che viene prima di quello che abbiamo letto:

“...perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato...” (Romani 10:9)

Se abbiamo confessato con la bocca, e creduto col cuore, allora abbiamo libero accesso all'aiuto del Padre; si chiama: preghiera. Paolo afferma:

“Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti.” (Filippesi 4:6)

Ed ecco, Giona affronta  una situazione che ha bisogno di preghiera.  Giona si alza e va sul ponte... Ma mentre gli altri pregano...lui no.  Non c'è traccia di Giona che parla a Dio.

Non cambia nulla quando non parliamo con Dio. Giona tace. La tempesta continua.  Viene quindi attuata una nuova strategia. Opinabile. Tirare a sorte. Ma Dio la usa per puntare il dito su Giona

E inizia l'interrogatorio dei marinai per capire perché Dio ce l'ha con Giona: “Che tipo di lavoro fai? Da dove vieni? Qual è il tuo Paese? Di quale popolo sei?". Io me l'immagino come se a Giona piovessero addosso tutte le domande assieme, urlate nella tempesta. E Giona risponde a fatica:

“Sono un ebreo.  Sono nato nella famiglia dell'alleanza di Dio  e godo della speranza di essere adottato come figlio di Dio.  Ho la legge, il culto del tempio  e promesse che non sono state date a nessun'altra nazione.  La mia terra è Israele,  la terra promessa da Dio come suo luogo. Adoro l'Eterno, il Dio del cielo, che ha fatto il mare e la terra.”

I marinai erano contenti di prendere i soldi di Giona che stava scappando dal suo Dio... Ma adesso capiscono che Giona stava fuggendo da qualcosa di veramente importante, e anche se non conoscono quel suo Dio, lo temono, e lo incolpano: “Perché hai fatto questo?”  gli dicono.

E' la stessa frase con cui Dio si rivolge ad Eva: (letteralmente la stessa nell'originale in ebraico):

“Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato»” (Genesi 3:13 CEI)

Eva credeva forse che Dio non avrebbe vista? Giona credeva forse che Dio non lo avrebbe seguito? Assurdo! Irrealizzabile!  Ma anche noi, talvolta... spesso...  facciamo lo stesso!

Se vi è di conforto (per me lo è)  sappiate che siamo in buona compagnia... il grande re Davide è un nostro sodale:

“Davanti a te ho ammesso il mio peccato, non ho taciuto la mia iniquità. Ho detto: «Confesserò le mie trasgressioni al SIGNORE», e tu hai perdonato l'iniquità del mio peccato.” (Salmo 32:5)

Basterebbe che Giona si pentisse, ammettesse la colpa, pregasse chiedesse perdono,  e tornasse al Signore... ma non lo fa... Nel capitolo 4 leggeremo queste parole: 

"O SIGNORE, non era forse questo che io dicevo, mentre ero ancora nel mio paese? Perciò mi affrettai a fuggire a Tarsis. Sapevo infatti che tu sei un Dio misericordioso, pietoso, lento all'ira e di gran bontà e che ti penti del male minacciato.".(Giona 4:2)

Giona aveva capito il piano di Dio; salvare Ninive... e non gli piaceva! trovava troppo inquietante  il pensiero della misericordia inattesa di Dio verso i Niniviti; non la voleva, non la accettava. quindi fugge, quindi rimane in silenzio.

E Giona, da credente, da figlio di Dio ribellandosi tacendo, diventa “altro”.

“I marinai ebbero paura e invocarono ciascuno il proprio dio e gettarono a mare il carico di bordo, per alleggerire la nave. Giona, invece, era sceso in fondo alla nave, si era coricato e dormiva profondamente.” (Giona 1:5).

"«Prendetemi e gettatemi in mare, e il mare si calmerà per voi; perché io so che questa gran tempesta vi piomba addosso per causa mia».". (Giona 1:12)

“Poi presero Giona, lo gettarono in mare e la furia del mare si calmò.” (Giona 1:15).

I marinai avevano gettato la merce che ormai era zavorra  per alleggerire la nave; Giona in questo momento non è più un figlio di Dio... è “zavorra”, un peso inutile, un peso di cui ci si può disfare...

Mi chiedo quante volte sono stato solo zavorra perché non ho parlato con Dio, perché non ho parlato di Dio e perché ho disobbedito a Dio, e perché mi sono ostinato a non ammettere il mio errore.

Credere in Cristo, si va bene,   ma seduto  al posto di pilotaggio,  vivendo a modo mio,  facendo le mie scelte,  seguendo i miei desideri  e non cercando il Signore in queste decisioni. Sono un cittadino del cielo.  Ma mi affido al mio denaro,  alla mia carriera,  al mio status,  al mio lavoro,  alla mia conoscenza,  alla mia abilità  e alla mia attenzione molto mondana.  Non ho parlato con Dio di tutto questo.

Se faccio così, posso diventare “zavorra”. Zavorra che appesantisce la nave mia e degli altri, piuttosto che salvarla dalle onde.

E questo spesso succede perché non accettiamo che la misericordia imprevista di Dio  è anche per noi,  quando capisco di aver smesso di parlare con Dio e di affidarmi a lui.

E sarebbe bastato un  “Perdonami! Ho sbagliato, avevi ragione tu, ritorno ad ascoltare e a parlare con te” e non sarei più stato zavorra.

Qual è la nostra identità? Non è quella di essere un peso; anche quando attraversiamo momenti di ribellione,  di interrogativi irrisolti,  di dubbio.

Forse è una crisi di fede.  Forse siamo sopraffatti dagli eventi. Forse ci sentiamo come se le nostre parole rimbalzassero sul soffitto, e Dio ci avesse dimenticato.

E non riusciamo ad accettare  che la misericordia inaspettata di Dio sia anche per noi,   nei dubbi, nella ribellione, nel fuggire lontano...

Se, anzi, quando ci troviamo lì,  continuiamo a parlare con Dio.  Forse non sappiamo nemmeno cosa dobbiamo dire.  Anche lì Dio, nella sua misericordia, ha coperto quella situazione.

“Nello stesso modo, anche lo Spirito Santo ci aiuta giorno per giorno nei nostri problemi e nelle nostre preghiere. Perché, in realtà, noi non sappiamo neppure per che cosa pregare, né pregare nel modo giusto, ma lo Spirito Santo prega per noi con tale sentimento, che non si può esprimere a parole.” (Romani 8:26 PV)

“Dio, eccomi... vorrei parlare... ma non ho le parole.” Lo Spirito di Dio dentro di noi dice:  "Stai tranquillo, ci penso io".

Questa è la misericordia inattesa di Dio. Questa è l'identità di essere figli... amati, ricercati, compresi, aiutati, perdonati.

Giona non riuscì ad accettarla... ma noi non siamo Giona... e non vogliamo essere zavorra.

E non dobbiamo fare nulla di più che parlare al nostro Dio.

Preghiamo.

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01 marzo 2020

Adorare è... offrire tutto di me al Padre | 1 Marzo 2020 |


Adorare è anche offrire il mio corpo, la mia mente, tutto di me al Padre ed essere riempito del suo Spirito.
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Quanti di voi vedono almeno un telegiornale al giorno? Quale di queste due affermazioni  rispecchia meglio i vostri sentimenti dopo aver ascoltato le notizie?

Il mondo è un posto stupendo, popolato da persone stupende e gentili che si adoperano per il bene di tutti.

Oppure:

Il mondo è un posto tremendo, popolato da esseri orribili che opprimono i più deboli per il loro utile personale.

Temo che percentualmente siate più d'accordo con la seconda affermazione; magari non pensare a qualcosa di così estremo, magari qualcosa che sia una via di mezzo, ma certo, il sentimento comune è che il mondo non è il Paradiso Terrestre, ma che assomiglia spesso di più ad un Inferno.

A me capita talvolta di pensare: “Ma come fa Dio a sopportare tutto questo? Se Dio vede, non può che  odiare il mondo! Con tutto il male, i peccati, la violenza che c'è, quando guarda giù di certo non sorride, ma anzi avrà una faccia piena di  disgusto!

Sapete quando mi capita? Quando non rifletto,  quando mi faccio trascinare da ciò  che vedo e che ascolto,  quando lascio libro il mio “lato negativo”. Quando dimentico questo versetto che so recitare così bene a memoria

“Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.” (Giovanni 3:16)

Dio è ancora follemente innamorato del mondo!

Cosa c'entra tutto questo con l'adorazione?

Dopo avervi detto di abbracciare il Padre per adorarlo, e di riallineare la vostra vita colTrono di Dio per adorarlo, oggi voglio portarvi un passo più avanti.

Offrire tutto di me al Padre

Cosa vede Dio quando guarda giù? Vede gli uomini e le donne per le quali ha mandato a morire suo Figlio, li vede bisognosi di ritrovare il Suo amore.. e vuole arrivare a loro e dare quell'amore ANCHE attraverso te e me:

Paolo a scritto in Romani 12:1:

“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente...” (Romani 12:1a) 

La parola che Paolo usa e che è stata tradotta con “corpi” è “σῶμα” “sōma” che significa il corpo “fisico” ( (viene usato anche in italiano: “i tratti somatici”, ovvero i tratti del corpo).

Ma per gli ebrei, corpo mente ed anima  erano un tutt'uno: quando dice “corpo” sta dicendo “offri tutto di te a Dio”.

Ma perché è così importante offrire il “corpo” offrire tutto di noi?

“Non avete ancora capito che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che vive in voi, lo stesso Spirito che Dio vi ha dato? Il vostro corpo adesso non appartiene più a voi stessi, perché Dio vi ha comprato a caro prezzo. Perciò, usatelo per rendere gloria a Dio. ” ( 1 Corinzi 6:19-20 PV)

L'abbiamo già visto nel primo messaggio: dove si incontrava Dio col suo popolo nell'Antico Testamento? Nel tempio!

Il Tempio non c'è più dal 70 DC, ed è stato sostituito da un tempio “portatile” che non è fatto di pietra e legno.

Paolo sta dicendo che  il mio corpo è il luogo dove Dio è presente sulla terra!

Questo significa che ci saranno persone che udranno la voce di Dio attraverso di te; ma non la udranno  fin quando tu non parlerai loro di Dio e della sua Parola.

Ci saranno persone che vedranno il volto di Dio attraverso di te; ma non vedranno mai il volto di Dio fin quando non vedranno il suo amore brillare nei tuoi occhi.

Ci saranno persone che sentiranno il tocco di Dio; ma non sentiranno mai il tocco di Dio fin quando tu non le raggiungerai con la  pietà e la compassione delle tue mani.

Il tuo corpo fisico è uno degli strumenti con cui Dio arriverà nella vita di altre persone

“Io uno strumento di Dio? Senti Marco, conosco i miei peccati,  conosco i problemi con cui lotto da anni, conosco le mie abitudini e il mio modo di pensare. Per rendere possibile tutto questo prima devo buttare via un bel po' di immondizia e  far spazio allo Spirito Santo! Credimi, vorrei... ci ho provato... ma non so farlo!"

Semplicemente, non è che “non sai”... non puoi! Non puoi … Non con i tuoi sforzi, non da solo...

Gesù ha detto in Giovanni 15:5:

“Senza di me, invece, non potete far nulla” (Giovanni 15:5b PV)

Non poco... non qualcosa...  nulla!

Un attimo... ma  Paolo  in Filippesi 4:13 mi dice:

“Io posso ogni cosa in Cristo che mi fortifica.” (Filippesi 4:13b ND)

Se da un lato non posso fare nulla senza di Gesù,  dall'altro posso qualsiasi cosa attraverso di lui. Non ci sono vie di mezzo: o tutto o niente. Devo avere la sua forza nella mia vita

In quali campi mi mi dà forza?

  • Gesù mi dà forza per adempiere i miei compiti nella vita.
  • Gesù mi dà forza per influenzare il mondo attorno a me.
  • Gesù mi dà forza per sopportare i pesi e le prove nella vita.
  • Gesù mi dà forza per resistere alle tentazioni.

Tutto questo,  attraverso lo Spirito Santo.

Come essere ripieni di Spirito?

Cosa significa “essere ripieni di Spirito”. E' qualcosa che accade  una volta e via nella vita? O piuttosto è qualcosa che mi accade  di tanto in tanto, periodicamente?

Paolo dice in Efesini 5:18

“...siate invece pieni di Spirito Santo” (Efesini 5:18b PV)

Il termine che usa Paolo per “pieni” è “πληρόω” “plēroō”; che non significa tanto “riempire qualcosa vuoto”, ma piuttosto “aggiungere così che sia pieno”.

Paolo sta dicendo “dovete far si che siate COSTANTEMENTE pieni di Spirito Santo” Voglio mostrarvi cosa intende Paolo con un'illustrazione

(prendi il bicchiere e riempilo di acqua)

Quando abbiamo creduto,  quando abbiamo accettato Gesù nei nostri cuori,  abbiamo ricevuto un “pieno” di Spirito Santo in noi.

Ma poi la vita è quello che è,  e abbiamo cominciato ad aggiungere  cose che realmente non dovrebbero esserci, tipo:

ACETO = è liquido, può sembrare anche acqua... ma puzza rappresenta il senso di superiorità - (“farisaico”) “Io sono meglio degli altri credenti”, io non commetto quel peccato che lui commette”...  e alla fine diventiamo fieri  della nostra superiorità spirituale rispetto agli altri.

Ma anche se è liquido,  e noi possiamo far finta che sia acqua,  gli altri lo sentono a distanza...  perché ne sentono l'odore, come per l'aceto.

PEPERONE: brucia se si poggia sugli occhi o sulla lingua; rappresenta la rabbia. La rabbia che scarichiamo contro il nostro sposo, o la nostra sposa,  contro i nostri figli, contro i nostri compagni di lavoro. Sappiamo che non dovremmo,  che quando gliela buttiamo in faccia  ha lo stesso effetto del peperone gettato negli occhi

BIRRA: se ne metti troppa e con troppa velocità,  diventa tutta schiuma e non puoi bere nulla; rappresenta la dissolutezza.

Nella prima parte versetto che ho citato prima di Efesini 5:18, Paolo dice:

Non siate dediti all'alcool che ha conseguenze dannose; siate invece pieni di Spirito Santo”(Efesini 5:18a PV)

Una delle caratteristiche di quando beviamo troppo alcool è la “nebbia mentale”,  che copre tutto; non riusciamo più a vedere bene, né a pensare bene,  né a camminare bene.  Siamo come dentro una “nuvola” che ci isola dal resto,  come fa la schiuma con la birra.

Può essere qualsiasi cosa che “copre” e diventa una mania:  TV, internet, sport, famiglia... Paolo ci dice che le cose, se prese con moderazione,  persino l'alcool, sono buone  (suggerisce a Timoteo di bere vino per la sua salute!):  ma quando ne abusiamo  hanno conseguenze dannose per la nostra vita di credenti.

SENAPE: la senape è famosa per macchiare di giallo dove si posa; rappresenta l'egoismo. Se facciamo le cose per noi stessi,  le tracce di sporco si vedono,  ed è difficile mandarle via.

SALSA DI WORCESTER: ha un sapore intensissimo se la metti troppa, non senti nessun altro sapore; rappresenta l'invidia. Il lavoro, la casa, la famiglia... ci sono una marea di campi dive la applichiamo ; pensiamo “perché a lui si e a me no? IO mi merito quello, non lui!”.

Il problema con l'invidia è che, alla fine,  non riusciamo ad apprezzare ciò che abbiamo,  perché passiamo il tempo ad invidiare altri per le cose che non abbiamo.

LIMONE: ha un gusto acido ed amaro; rappresenta l'amarezza. Nasce dal non perdonare le offese,  dall'essere offeso sempre anche dalle piccole cose,  dal portare ancora le ferite del passato  e dal non volerle lasciar andare. Sappiamo che dovremmo perdonare...  ma decidiamo di rimanere arrabbiati, e amari.

SALSA DI SOIA: è nera, e salatissima; rappresenta tutto ciò che è più oscuro nelle nostre vite. I siti internet dove navighiamo e non dovremmo,  i film che vediamo e che non dovremmo,  i post sui social che leggiamo e non dovremmo, i pensieri malvagi.

Vi ricordate? Questo bicchiere era pieno di acqua pura, pieno di Spirito Santo.... Ma è diventato così a causa di quelle abitudini  con le quali lottiamo  e da cui non riusciamo a liberarci,  vivendo come schiavi di esse.

Spesso le odiamo, e  vorremmo separarci da esse;ì quando pensiamo che siamo credenti e dovremmo amare il Signore ci chiediamo: “che razza di credente sono se continuo a fare queste cose qui!” ...e ci sentiamo impotenti, ipocriti, falsi!
(mescola il bicchiere)

Eccoci qua, uomini e donne di Dio, ripieni di Spirito Santo,  pronti per andare a compiere il proprio servizio per il Signore!

Tra un minuto berrò questo bicchiere,  ma prima voglio domandarti: ti ci ritrovi anche tu?

Stai lottando contro cose che sai non dovresti fare e invece continui a fare?

Stai pensando: “Io lo so come sono dentro! E per fortuna gli altri non possono vedere dentro me come realmente sono! Devo levare almeno qualcosa, magari il peperone della rabbia, o il limone dell'amarezza, o la salsa Worcester dell'invidia...”

Il problema è uno: non puoi. Non puoi estrarre un solo elemento, quello che reputi più grave e lasciare gli altri.

Per ripulire la tua vita  devi tornare alla fonte della potenza  che aveva riempito la tua vita all'inizio:

Gesù ha detto in Giovanni 7:38

“Da chi crede in me, come dice la Scrittura, sgorgheranno fiumi d'acqua viva" (Giovanni 7:38 PV)

(comincia a versare acqua fresca nel bicchiere)

Devi tornare dunque alla fonte, e dire:  "Gesù, io credo in te, e credo che da me sgorgheranno fiumi d'acqua viva. E so anche che senza di te io non sono capace di purificare me stesso. Io ti offro il mio corpo come un sacrificio vivente! Vieni nella mia vita, e purificami! Ho bisogno di più calma, di più gioia, di più speranza, di più amore, di più gentilezza, di più ...”

Il Signore verserà in te  nuova acqua di vita,  nuovo Spirito Santo,  fino a che tutta l'acqua inquinata  sarà rinnovata da quella fresca e vivente!

Vi ho detto che avrei bevuto il bicchiere... ora posso farlo!

(bevi dal  bicchiere)

Potresti comunque pensare  che ci sono cose pesanti come sassi nella tua vita,  le dipendenze veramente grandi,  che non “escono” dal tuo bicchiere”  semplicemente versandoci acqua nuova sopra.

Ricorda quello che fa il fiume con le rocce;  col tempo e con la costante corrente,  anche le montagne diventano sabbia!  E la sabbia può uscire facilmente dal tuo bicchiere!

Come faccio in pratica?

Eravamo partiti dicendo  che posso adorare Dio  offrendogli tutto di me  il mio corpo come un atto di adorazione.

Come faccio in pratica? Posso dirti quello che faccio io la mattina.

Semplicemente, chiedo! La mattina ho due sveglie, una che suona alle 6,30 e una che suona alle 6,20.

Quella delle 6,20 è fatta con i suoni  degli uccelli in un bosco. Quando sento quella, e prima che suoni l'altra, chiedo: “Signore, riempimi di Spirito Santo oggi”.

Non è una grande preghiera ciclopica,  non ci vuole una fede che smuove le montagne per farla,  basta quella di un seme di senape; la stessa quantità di fede che avevo  quando per la prima volta ho accettato Gesù  nella mia vita da bambino.

Non è ricevere nuovamente lo Spirito Santo per ottenere la salvezza,  ma solo di “riconnettermi” a Lui,  e di ricordare che senza di Lui  non posso fare nulla, ma che attraverso Lui  posso ogni cosa.

Chiedo una dose nuova di Spirito Santo  per affrontare la giornata  per adempiere i miei compiti,  influenzare il mondo,  sopportare gli attacchi  e resistere alla tentazione.

Per non dimenticare

Spesso ci dimentichiamo di iniziare la nostra giornata  dando lode al nostro Signore. Viviamo di corsa, e dimentichiamo la cosa più importante, chiedere la potenza  per vivere la nostra giornata  come un atto di adorazione, e lavare via i nostri peccati.

Stasera,  metti sotto al letto, dalla tua parte, qualcosa che ti servirà domani mattina quando ti alzi: una pantofola, gli occhiali, il cellulare.

Domani mattina,  quando ti dovrai inginocchiare per trovarla,  ricordati di chiedere lo Spirito Santo,  e prega qualcosa simile a  qualcosa tipo questa:

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  • Signore, ammetto che senza di te non posso fare nulla, ma che attraverso Gesù che mi da forza posso fare qualsiasi cosa. 
  • Per questo ti offro oggi il mio corpo come un atto di adorazione. E ti chiedo: puoi riempirmi, Signore, col tuo Spirito Santo! 
  • Puoi darmi la forza per ciò che devo affrontare oggi? 
  • Puoi darmi la forza per influenzare il mondo per il tuo regno? 
  • Puoi darmi la forza per sopportare e resistere alle prove che potrei trovarmi ad affrontare oggi? 
  • E puoi darmi la forza per resistere alle tentazioni? 
  • E poi, Signore, guarda attraverso i mie occhi e dimmi cosa vedi. 
  • Ascolta attraverso le mie orecchie e dimmi cosa senti. 
  • Usa le mie mani per toccare il mondo che incontrerò oggi con la tua grazia, la tua misericordia e la tua compassione. 
  • Lo so, Signore, che ami ancora questo mondo., per questo io t'invito ad amarlo attraverso me quest'oggi. 
  • Te lo chiedo in nome di Gesù. 

Amen
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Inizierai la tua giornata con una dose nuova di Spirito Santo,  con cui essere riempito fino all'orlo.

Preghiamo.

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09 febbraio 2020

Adorare è... abbracciare il Padre | 9 Febbraio 2020 |


Adorare non è cantare, né pregare, né prostrarsi. Non solo. Adorare è abbracciare il Padre per farlo esultare con canti di gioia.
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Cosa ti viene in mente  quando senti la parola“adorare”? Il problema con questa parola nelle chiese evangeliche è che spesso è associato esclusivamente alla fase del culto prima della predicazione: “Adesso iniziamo con l'adorazione”.

Altre volte è associato ad un tipo di preghiera, spesso fatto a voce alta, occhi chiusi e mani alzate.

Altre ancora a quando le persone si inginocchiano o si prostrano a terra in “adorazione”;
ci sono decine  e decine di dipinti che raffigurano quel santo o quell'altro in “adorazione”.

Ma è davvero tutto questo, oppure non è “solo questo” adorare Dio?

Mi viene da fare una domanda: “Ma a Dio serve davvero che io canti o che mi sdrai per terra?”

Secondo voi, Dio è davvero interessato a sentirci cantare oppure a vederci stesi per terra, o a sentire le nostre alte grida al cielo?

Sembra quasi che Dio sia un po' sordo, e gli serva di “sentirmi forte” per girarsi, oppure che si preoccupi di me solo se sono steso a terra  o se grido ad occhi chiusi: “Si sarà mica fatto male?

Quasi sembra che io sia “a caccia” di attenzione, che voglia “farmi notare”. Ma sarà davvero cosi? Sono io alla caccia di Dio... oppure è viceversa?

Pensate a come cambierebbe la situazione se l'adorazione non fosse un momento dove sono io ad attirare l'attenzione di Dio, ma Lui ad attirare la mia attenzione su di lui!

Perché dico che cambierebbe la situazione?  Perché significherebbe che non sono io a cercare Dio, ma è lui a cercare me... Come sempre!

Vi ricordate come è iniziato tutto? Quando Adamo ed Eva si erano nascosti per la vergogna di aver disobbedito? Chi è stato il primo a muoversi per cercarli?

“Poi udirono la voce di Dio il Signore, il quale camminava nel giardino sul far della sera; e l’uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza di Dio il Signore fra gli alberi del giardino. Dio il Signore chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?»” (Genesi 3:8-9)

Dio non vuole giocare “a nascondino” con noi, e non vuole neppure  che stiamo distanti da lui per troppo tempo. E' per questo che ha trovato  un “canale diretto”, un luogo dove lui è sempre presente, disponibile, dove ci aspetta ogni giorno.

Quel canale, quel luogo si chiama, appunto, “adorazione”.

Ci fu una donna che chiese a Gesù  dove fosse meglio adorare Dio: e Gesù gli rispose così:

“La donna gli disse: «Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato su questo monte, ma voi dite che è a Gerusalemme il luogo dove bisogna adorare».  Gesù le disse: «Donna, credimi; l’ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori" (Giovanni 4:19-24)

Gesù risponde in una maniera chiara: “Non ti serve un luogo specifico,  perché Dio è dappertutto... E, soprattutto , E' LUI CHE CERCA TE!”

Dio CERCA chi lo adori: quando pensiamo che siano il canto, la preghiera o il prostrarsi a portarci ad adorare Dio, siamo un po' come la donna al pozzo: stiamo pensando che, per adorare Dio, serve un “luogo”: dentro una canzone,  dentro una preghiera,  dentro una postura del corpo.

Intendere, non voglio scoraggiarvi dal cantare, o dal pregare con le mani alte o prostrati, sono tutte cose buone, e realmente servono a noi, non a Dio!

Dio ci conosce, sa come siamo fatti e sa che queste cose ci aiutano ad adorarlo. Lo ha scritto così tanto nel nostro DNA che è rimasto anche nelle persone che non lo cercano più, e che spesso dicono che Dio non esiste.

Il mondo è pieno di “adoratori”: chi adora un cantante, chi una squadra di calcio, chi il proprio lavoro, chi la propria moglie o il proprio marito.

Ma c'è una differenza sostanziale: né la rock star, né il calciatore, né il datore di lavoro... (e qualche volta né la moglie o il marito!) vanno alla ricerca di chi lo adori  per avere un contatto personale e quotidiano. Se capita di incontrare un proprio fan, magari ci scappa un autografo... ma nulla di più.

Ma Dio, dice Gesù,  è invece alla RICERCA personale, “ cerca tali adoratori” vuole passare tempo OGNI GIORNO con i suoi fan!

Il cammino di un adoratore  non è tanto un “mordi e fuggi”, l'autografo strappato al concerto o alla partita, ma è un modo di vita. Riguarda lo scoprire il segreto dell'amicizia con Dio Non riguarda tanto il fare qualcosa ma riguarda piuttosto essere qualcuno, non “fare” l'adorazione” ma “essere” un adoratore.

Paolo ce lo spiega:

“E così, cari fratelli, vi esorto a dare i vostri corpi a Dio; che siano un sacrificio vivente, santo. Questo è il modo giusto di adorare Dio. Non adattatevi alla mentalità e alle usanze di questo mondo, ma lasciatevi trasformare da Dio con un completo rinnovamento della mente vostra. Allora sarete in grado, per vostra esperienza personale, di capire qual è la volontà del Signore; vale a dire: tutto ciò che è buono, perfetto è a lui gradito..” (Romani 12:1-2 BDG)

Vivere come un adoratore piuttosto che avere “momenti di adorazione”.

Cosa è “adorazione”?

Ho detto più di una volta che “adorare”: è una parola composta di origine latina,  “orare” = parlare + suffisso “ad” = a,  ovvero parlare a qualcuno.

Con chi ti piace parlare di più? Con le persone che disprezzi, o che non conosci, oppure con le persone che ammiri e che conosci bene? Di norma è più facile parlare se parliamo a qualcuno che “vale” per noi, qualcuno che amiamo!

Se adoro Dio, dunque, sto affermando  che Dio “vale” per me adorare è perciò  “parlare a qualcuno che vale che amo”.

Ma anche stavolta, siamo arrivati secondi! Non siamo noi ad aver amato per primi:

Giovanni dice che

“Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo.” (1 Giovanni 4:19 PV)

Perché Dio vuole la mia adorazione?

Abbiamo detto allora che non sono io che cerca attenzione di Dio adorando, ma che è Dio che mi a strutturato per adorare così da avere un rapporto costante con Lui.

La mia domanda è: “Perché?” Perché il Creatore del mondo vorrebbe la mia attenzione ogni giorno? Non ha altro da fare che parlare con me?"

Il salmo 8 dice:

“Quand'io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte, che cos'è l'uomo perché tu lo ricordi? Il figlio dell'uomo perché te ne prenda cura?” (Salmo 8:3-4)

Che Dio, Creatore di tutto, ami un niente come me, veramente non ha senso! Non ha senso amare qualcuno che spesso sbaglia, il più delle volte fa di testa sua, continuamente delude.

Sono troppo duro? Ripercorri mentalmente la giornata  di ieri, e pensa dove e quando non hai rispettato  qualche regola che Dio ti ha dato. Ne vogliamo parlare? Un momento dove sei stato/stata scortese con qualcuno. Un semaforo giallo (o rosso!) visto come verde. Una scusa (una bugia!) per evitare di fare quella cosa che non ti va... Meglio non parlarne, eh!

Il figliol prodigo

E invece parliamone! Perché è Gesù stesso che ci da un esempio di come siamo fatti noi, nella famosa parabola che qualcuno (non Gesù)  ha deciso di chiamare “Il figliol prodigo”.

Gesù racconta una storia di un'eredità anticipata; il figlio che chiede al padre i soldi il padre lo accontenta,  il figlio se ne va.

Ma si sa,  “Soldi non faticati finiscono prima di essere usati”. Gesù dice che, a un certo punto,  dopo aver provato la fame il figlio “rientrato in se” capì lo sbaglio, prese la strada per tornare a casa, e lungo la strada fece tutto un progetto  per come chiedere scusa. Senza sapere che, a casa, il padre non vedeva l'ora di riabbracciarlo di perdonarlo, e di riaverlo come figlio:

“Ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo baciò.... Ma il padre disse ai suoi servi: “Presto, portate qui la veste più bella e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi; portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa,  perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato” “ (Luca 15:20b, 23-24)

Gli mise scarpe nuove,  lo vestì col vestito più bello,  e gli diede l'anello che simboleggiava l 'appartenenza alla famiglia. Gli restituì dignità, identità, autorità

Un figlio che non è “prodigo”

Gesù non ha intitolato la storia “Il figliol prodigo”, perché in realtà “prodigo” in italiano non significava “essere spendaccione”,  ma, dal latino “pro-agere”= spingere avanti”  significa “donare con molta larghezza,  dare tutto se stesso per aiutare gli altri”.

L'ho detto altre volte che fu l'errore di un tipografo francese,   che nel 1551, per ammazzare il tempo durante un lungo viaggio in carrozza da Lione a Parigi,  decise di mettere i numeri e titoli.

Nella storia, chi  è che “dona tutto se stesso” chi è il “prodigo”?  Non è certo il figlio,  che prende sia la prima che la seconda volta. Ma  il padre,  perché “dona con molta larghezza”, la prima volta con tristezza la seconda volta con gioia, e “da tutto se stesso per aiutare il figlio”...  che non se lo sarebbe proprio meritato.

Un mio amico pastore mi ha raccontato  di aver assistito ad un padre  che sollevava il suo figlio paralizzato e cieco  durante un culto e gli cantava  perché il figlio potesse sentire le sue braccia  e sentire la sua voce.  E il figlio, con uno sforzo immane,  riuscì a sollevare un braccio  solo per metterlo  attorno al collo del proprio padre,  e sorridere.

Penso che l'immagine di questo padre che canta  affinché suo figlio disabile,  incapace di vederlo,  incapace di muoversi,  ma solo capace di essere sostenuto e sfiorato,  in qualche modo abbracciato,  sia già stata descritta in un passo dell'Antico Testamento:

“ Il SIGNORE, il tuo Dio, è in mezzo a te, come un potente che salva; egli si rallegrerà con gran gioia per causa tua; si acquieterà nel suo amore, esulterà, per causa tua, con canti di gioia” (Sofonia 3:17)

Ecco, questa è l'immagine vera, quella giusta dell'adorazione! Non sono io che “canto” non sono io che “prego” non sono io che “mi inginocchio o mi prostro” ma è Dio che mi sostiene, mi canta,  mi tiene in braccio quando sto adorando! E' Lui che esulta per me, con canti di gioia!

Quello che devo fare io, per adorarlo davvero, è sentire quelle braccia durante tutto il giorno, vivere alla sua presenza costantemente, non soltanto durante una canzone  o una preghiera.

Noi, per Dio, siamo come quel figlio disabile, che il padre ama lo stesso, anzi, di più. Se fossimo perfetti, lui ci amerebbe, ma non avremmo bisogno costante di lui. Ma noi non siamo perfetti, anzi... siamo imperfetti,  siamo peccatori.

E lui sa che abbiamo bisogno di sostegno non solo durante una canzone, ma lungo tutto il giorno, non solo durante una preghiera, ma sempre. E' un Dio che  “esulterà, per causa tua, con canti di gioia”

Cosa farai?

Cosa farai, dunque, con un amore così? Farai come quel figlio, di cui parla Gesù, allontanandoti da lui, oppure “rientrerai in te” come quello stesso figlio e tornerai al Padre? Farai come quel figlio disabile che si aggrappa al proprio padre e sorride?

Cosa farai,  oltre cantare una canzone a Dio? Cosa farai,  oltre pregare una preghiera a Dio? Come farai a mettere il tuo braccio attorno al suo collo,  per fargli sentire che, anche se sei disabile, paralizzato, e cieco, lo ami?

Paolo dice:

“...vi esorto a dare i vostri corpi a Dio; che siano un sacrificio vivente, santo....” (Romani 12:1a BDG)

Chiedi,  e lui ti dirà cosa fare, come trasformare la tua vita in atto di adorazione costante  a colui che  è lì, davanti a te,  e ti sorregge per poter esultare  “per causa tua con canti di gioia!”

Preghiamo.


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05 maggio 2019

Perché ci tiriamo indietro da Cristo | 5 Maggio 2019 |

Così come vediamo solo il dieci per cento di un iceberg,  i veri motivi perché i credenti si tirano indietro dal seguire Cristo sono spesso nascosti nel buio delle nostre vite. Sta a noi curare quelle cause prima che diventino malattia.

Mario Forieri ci mostra otto motivi del perché ci si tira indietro dal seguire Cristo.
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“Allora la parola dell'Eterno fu rivolta a Samuele, dicendo: «Io mi pento di aver costituito Saul re, perché si è allontanato da me e non ha eseguito i miei ordini». Samuele ne fu rattristato e gridò all'Eterno tutta la notte.” (1 Samuele 15:10-11 ND)

“Saul rispose: «Questi sono animali presi dagli Amalekiti, perché il popolo ha risparmiato il meglio delle pecore e dei buoi per farne dei sacrifici all'Eterno, il tuo DIO; il resto però l'abbiamo votato allo sterminio».” (1 Samuele 15:15 ND)

“Allora Saul disse a Samuele: «Ho peccato per aver trasgredito il comando dell'Eterno e le tue parole, perché ho avuto paura del popolo e ho dato ascolto alla sua voce.” (1 Samuele 15:24 ND)


“Non vi ingannate; le cattive compagnie corrompono i buoni costumi.”  (1 Corinzi 15:33 ND)

“Il popolo però ha preso le cose migliori che avrebbero dovuto essere sterminate, per farne sacrifici all'Eterno, il tuo DIO, a Ghilgal».” (1 Samuele 15:21 ND)

“Prima della rovina viene l'orgoglio, e prima della caduta lo spirito altero.” (Proverbi 16:18 ND)


“DIO è per noi un rifugio ed una forza, un aiuto sempre pronto nelle avversità.” (Salmo 46:1 ND)

“Ma un cattivo spirito da parte dell'Eterno, s'impossessò di Saul, mentre stava in casa sua con la sua lancia in mano, e Davide stava suonando l'arpa con la mano.” (1 Samuele 19:9 ND)



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20 maggio 2018

La strategia di Dio per chiedere perdono | 20 Maggio 2018 |

Esiste una strategia per chiedere perdono?  La Bibbia è disseminata di istruzioni,  di piani, di strategie che il Signore predilige, perché sa che sono quelle  realmente efficaci.---

Esiste una strategia per chiedere perdono? Perché, sapete,  siamo molto bravi a fare piani per ferire gli altri, ma quando si tratta di chiedere scusa sovente non sappiamo da dove iniziare.

C'è una indicazione nella Parola di Dio che mi aiuti a sapere “come fare” un piano studiato da Dio attraverso cui le mie probabilità  di di essere perdonato,  di essere perdonata siano più alte?

Fortunatamente  la risposta è: Si! Dico ironicamente “fortunatamente” in quanto Dio ci conosce, e sa che non siamo molto capaci  a studiare piani perfetti.

Ed è per questo che la Bibbia è disseminata di istruzioni,  di piani, di strategie che il Signore predilige, perché sa che sono quelle  realmente efficaci

Proverbi dice che:

“Ci sono molti disegni nel cuore dell’uomo, ma il piano del Signore è quello che sussiste.” (Proverbi 19:21)

Spetta a noi cercali, trovarli ed applicarli.

Nel Vangelo di Luca, Gesù  spiega che il Padre è alla ricerca di coloro che sono perduti,  e lo fa attraverso tre racconti: quello di una pecora che si è involontariamente persa, quello di una moneta che involontariamente è stata persa e infine quello di un uomo che volontariamente si è perso, allontanandosi dal padre e dalla sua casa.

Mentre nei primi due racconti  non c'è volontarietà di perdersi da parte di nessuno in quello del “figliol prodigo” c'è una chiara volontà e una altrettanto chiara offesa del figlio verso il padre.

La fine della storia, lo sappiamo tutti, è positiva: il figlio viene riaccolto in casa, si uccide il vitello grasso, gli viene ridato l'anello  che simboleggia la possibilità di agire,  comprare, vendere e stabilire contratti  come fosse il padrone di tutto.

Ma tutto questo non è avvenuto “in un attimo”, non è stato “automatico” il perdono del padre; non è stato un semplice  “scusa pà ” rientrando a casa da parte del figlio a riabilitarlo. C'è stato un processo,
un piano che Dio a messo lì affinché aiuti noi  a sapere quale sia il piano migliore per chiedere perdono.

Tutto parte dal nostro egoismo

Leggiamo assieme l'inizio della storia:

“Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane di loro disse al padre: “Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta”. Ed egli divise fra loro i beni.” (Luca 15:11-12)

Quello che fa il figlio è chiedere un terzo  dei possedimenti del padre  che normalmente otterrebbe quando il padre muore.

A noi occidentali questo versetto  appare come una domanda un po' “bizzarra”, un po' avventata del figlio, ma niente di più.

Per gli ebrei che ascoltavano invece aveva un impatto completamente differente: il figlio, difatti, stava chiedendo al padre  di andare più volte  CONTRO la legge ebraica.

Per prima cosa,  lui non era il primogenito, ma il secondo. Il primogenito aveva, per legge, la priorità sul possesso  e sulla scelta dell'eredità

Per seconda cosa,  stava disobbedendo al quinto Comandamento, che recita “onora tuo padre e tua madre”, e chiedendogli di avere i soldi prima della sua morte gli stava dicendo: “Per me tu sei come morto”; stava disonorando il padre.

Per terza cosa, c'erano delle leggi  che impedivano la vendita del terreno  al di fuori della famiglia.

Israele era un paese di allevatori di bestiame, la ricchezza si calcolava  non in palazzi o azioni in banca, ma in capi di bestiame posseduti. Ma, per poter nutrire il bestiame, era necessario possedere terreni.

E' per questo che la legge di Mosè metteva grandissime restrizioni  sulla cessione della terra ad altri,
tanto è vero che che, dopo cinquanta anni, nell'anno del Giubileo, le terre dovevano ritornare ai proprietari anche se le avevi pagate. così da non disperdere il patrimonio di terreni con cui nutrire gli animali.

Gesù ci da una indicazione molto chiara: il peccato,  tutti i peccati, nascono dall'egoismo.

Quando mi concentro su di me e io divento il centro dell'universo, sono disposto a passare sopra qualsiasi legge fosse anche quella di Dio.

L'egoismo porta sempre alla separazione

“Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, messa insieme ogni cosa, partì per un paese lontano e vi sperperò i suoi beni, vivendo dissolutamente.” (Luca 15:13)

Quando c'è un'offesa, c'è sempre una separazione. Ed è interessante che la separazione,
stavolta avviene a causa di chi ha offeso di chi dovrebbe essere perdonato, non di chi dovrebbe perdonare.

Quando pecchiamo contro gli altri, stiamo dicendo: “Io sono più importante di tutti, io ho più diritto degli altri, io merito di più degli altri”. E così ci separiamo dagli altri.

Paolo  consiglia, invece, l'esatto opposto.

“Nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma ciascuno cerchi quello degli altri.” (1 Corinzi 10:24)

In un altro passo (Romani 12:10)  dirà che dobbiamo fare “a gara” per renderci l'onore. In un'altro che dobbiamo stimare gli altri più di noi stessi.

Tutto questo perché sa che se ci isoliamo attraverso il peccato dal resto del mondo, e da chi ci ama,  la rovina è lì a due passi

“Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una gran carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora si mise con uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi campi a pascolare i maiali. Ed egli avrebbe voluto sfamarsi con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gliene dava.” (Luca 15:14-16)

Come chiedere perdono secondo Dio

Spesso si dice che, quando scendiamo in basso, per risalire  dobbiamo toccare il fondo, darci una spinta per tornare su.

E quello che da qui in avanti Gesù illustra, è  come il giovane prende coscienza, pianifica ed agisce per poter chiedere il perdono del padre.

Questo è un metodo molto pratico che io e te possiamo applicare quando ci troviamo a dove chiedere perdono e non sappiamo da dove cominciare.

1. Valuta obiettivamente le tue azioni

“Allora, rientrato in sé, disse” (Luca 15:17a)

La prima cosa che fa il giovane, è valutare con obiettività  il suo comportamento.

Qui Gesù sta dicendo che, quando commetti peccato sei “fuori di te”. Sei stato progettato per essere felice, fintanto che segui le “istruzioni per l'uso” di ti ha creato.

Il peccato ci porta fuori dal piano di Dio, e per poter ritornare ad essere felici, dobbiamo “ritornare” dalla nostra passeggiata  fuori da noi.

2. Valuta la differenza tra prima e adesso

“Quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!” (Luca 15:17b)

La seconda cosa che fa il giovane, è valutare la differenza tra la situazione prima dell'offesa, e dopo l'offesa: “qua fame,  a casa di mio padre abbondanza”

In sostanza ciò che devi fare  è di valutare quale beneficio  hai tratto dal tuo peccato.

Spesso sembra che il nostro peccato porti al nostro utile, altrimenti, perché lo faremmo!

Per il figlio era stato così:  mesi di donne e champagne... ma poi era arrivata la fame.

Se valuti l'impatto a lunga scadenza delle tue azioni,  vedrai che che il bilancio  tra guadagno e perdita è sempre negativo.

3. Fai un piano

“Io mi alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: ‘Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi’”. (Luca 15: 18-19)

Il giovane non ha semplicemente preso il primo autobus verso casa, ma si è fatto un piano mentale ben preciso: questo vedremo che lo aiuterà quando vedrà il padre, a non dimenticarsi le cose importanti da dire: offesa (ho peccato contro te), conseguenza (non sono più degno), prezzo disposto a pagare (trattami come un tuo servo).

Fare un piano di quello che dirai è importate.

a) Per prima cosa perché ti “rilassa: sai perfettamente quello che dirai anche sotto stress.

b) Dimostra all'altro che ci hai pensato, che non è una decisione impulsiva.

c) Ti obbliga a riflettere  sulle possibili conseguenze delle tue azioni.

d) Offre all'altro la possibilità  di mostrare grazia nei tuoi confronti.

4. Agisci

“Egli dunque si alzò e tornò da suo padre.” (Luca 15:20a)

Sembra quasi superfluo dirlo, ma credetemi che non lo è. Non potete immaginare quante persone
facciano tutto bene nei primo tre passi... ma si blocchino sul più importante:  l'azione.

E questo avviene per i più svariati motivi: paura di essere rifiutati timidezza, imbarazzo, non trovare il momento giusto, e neppure cercarlo...

I primi tre passi, non valgono nulla se non decidi di agire.

5. Ammetti la tua colpa senza se e senza ma

“Ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo baciò.  E il figlio gli disse: “Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. (Luca 15:20b-21)

Quando chiedi scusa, non appellarti alle “attenuanti generiche” ai “si però anche tu...”. ai “che vuoi, io sono fatto così” ai “ho avuto un'infanzia difficile”...

Quello che devi fare, è ammettere TUTTA la tua colpa, e appellarti alla clemenza della corte.

Avete notato?  Il giovane ha usato pare pare le parole che aveva pensato quando ha elaborato il piano.

Non ha dovuto improvvisare lì sul momento, con l'emozione di rivedere casa, il padre che lo abbraccia e lo bacia.

Se non avesse fatto il piano, non sarebbe stato probabilmente capace di chiedere scusa per filo e per segno del suo peccato.

Conclusione

Gesù concluderà così la storia:

“Ma il padre disse ai suoi servi: “Presto, portate qui la veste più bella e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi; portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato”. (Luca 15:22-24).

Questa serie di predicazioni si intitola “Perdonare come Dio mi perdona”. Gesù vuole illustrare che Dio non sale la piramide dal basso, ma scende dall'alto ad incontrarci e perdonarci. Non posso assicurarti che troverai un interlocutore simile a Dio  quando chiederai perdono.

Qualche volta sarai stupito  di vedere che chi avevi offeso non vedeva l'ora di poterti perdonare.

Altre volte sarai rifiutato, ma tu avrai fatto del tuo meglio; il resto lo dovrai lasciare all'altro.

Il percorso per chiedere perdono che Gesù ci mostra, è impegnativo, perché coinvolge tutto di noi: il ravvedersi, il fare un piano, l'agire, l'umiliarsi.

Costa fatica, ma ricordati:  Dio è più interessato al tuo carattere che alla tua comodità.

Perché il mondo comodo prima o poi finisce, ma il carattere,  quello lo porterai con te per l'eternità.

Fermiamoci  a pregare.

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13 maggio 2018

Quando sono io a chiedere il perdono | 13 Maggio 2018 |

Come credenti siamo chiamati non solo a perdonare dal cuore, ma anche a chiedere perdono agli altri.
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Qualche anno fa comparve  sui muri di una cittadina del sud questo manifesto:

persone per i nostri errori,


Un anonimo diceva così:


“Ciao Angela, ti devo chiedere scusa. Scusa per essere mancato come marito e come padre, travolto da una tempesta di lavoro, che mi ha fatto fare molti errori e mi ha fatto dedicare il mio tempo a cose inutili e futili, perdendo di vista la cosa più importante che avevo al mio fianco, Tu e le nostre bimbe. Chiedo scusa alla tua famiglia, ai tuoi amici che ti hanno visto stare male per colpa mia, chiedo scusa alle nostre piccole, alle quali dobbiamo dare solo felicità. Quando un uomo sbaglia deve saper chiedere perdono, dimostrare con i fatti amore, rispetto e attenzione ed essere un punto di riferimento per i suoi cari… Ho la fortuna di aver ricevuto il dono di Dio per averci uniti e fatti divenire un’anima sola!”.

Devo ammettere che il modo di questo marito per chiedere scusa alla propria moglie  è stato di sicuro originale.

Fino ad adesso abbiamo parlato di cosa accade quando IO sono stato offeso, e sono IO a dover perdonare, quando gli altri offendono noi...

Ma cosa accade quando gli “altri” siamo noi? Quando non siamo dalla parte del giusto, quando siamo quelli che abbiamo bisogno di grazia e di perdono?

Dobbiamo solo augurarci di avere davanti un buon credente che applichi quello che abbiamo visto  nelle altre tre predicazioni, che non tiene in eterno, si libera, perdona in grande, oppure l'essere credenti noi dalla parte sbagliata della palizzata ci deve spingere ad agire? E se si, come?

Se c'è ci perdona, ci deve essere qualcuno che è perdonato. E nella nostra vita ci capiterà non solo di dover concedere il perdono, ma anche di doverlo chiedere.

Perché dovrei chiedere il perdono?

Già, non potrei semplicemente... aspettare? Attendere che sia l'altro ad agire, magari interrompere qualsiasi mia attività contro di lui o di lei, dimostrarmi pentito o pentita, ma senza dover passare sotto le “forche caudine” del dover chiedere scusa?

Ci sono almeno quattro buoni motivi perché come credente  sono chiamato, sono chiamata a chiedere perdono.

1. Perché Gesù me lo chiede

La risposta è molto semplice: se sono discepolo, se sono discepola di Gesù, debbo obbedire ai suoi comandamenti.

Rifletti: perché è venuto Gesù? Per perdonarci i peccati! E quale era l'effetto dei nostri peccati? Che saremmo stati eternamente separati da Dio.

La stessa cosa vale  per le relazioni interpersonali; quanto io “pecco” contro qualcuno, il mio peccato mi isola da lui o da lei, e così mi impedisce di adempiere  ad uno dei comandamenti che Gesù ha detto di essere  il secondo più importante

"«Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» Gesù gli disse: «“Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».". (Matteo 22:36-40)

Non è un caso che nel Nuovo Testamento la frase “gli uni gli altri”  sia presente come terza (58 volte) dopo “amore” (145) e “peccato” (106), ben prima di “salvezza” (44). Se devi adempiere la Legge di Dio, non puoi avere “conti aperti” con nessuno.

Quando una persona chiese a Gesù chi fosse il suo prossimo (Luca 10:29) Gesù raccontò una  storia
prendendo come protagonista un Samaritano, che era la razza più odiata dai Giudei, dipingendolo come la migliore  delle persone possibili. Quello è il tuo prossimo!

Gesù mi chiede di amare tutti, indistintamente. E per farlo, non devo tenere conti aperti con nessuno.

2. Perché Dio gradisce chi chiede perdono

Gesù spiega cosa fa il nostro peccato verso l'altro, e perché dovremmo essere rapidi a chiederlo.

E la prima cosa che fa è quella di separarci da Dio.

“Se dunque tu stai per offrire la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi vieni a offrire la tua offerta.” (Matteo 5:23-24)

Qui stava descrivendo  ciò che accadeva ai suoi tempi: le persone si recavano al tempio con un'offerta che normalmente era un animale vivo, lo poneva sull'altare dinanzi al Tempio, e il Sommo sacerdote si occupava di ucciderlo versando il sangue, che avrebbe coperto per un anno i peccati di chi offriva.

Noi sappiamo che Gesù è l'offerta,  l'agnello il cui sangue ha lavato una volta e per sempre
i peccati del mondo. Ed è proprio lui che ci dice: “Sappi che mio Padre gradisce l'offerta di chi si è riconciliato chiedendo perdono al fratello. Prima riconciliati, e poi offri... e visto che l'offerta è già stata fatta da me, quello che devi fare è andare a chiedere perdono, e poi venire da me.

3. Perché sarai prigioniero/prigioniera finché non chiedi perdono

Gesù prosegue e illustra:

“Fa’ presto amichevole accordo con il tuo avversario mentre sei ancora per via con lui, affinché il tuo avversario non ti consegni in mano al giudice e il giudice in mano alle guardie, e tu non venga messo in prigione.” (Matteo 5:25)

Vi ricordate cosa avevamo detto del perdonare? Quando tu perdoni spezzi le catene che imprigionano l'altro nel tuo odio, nel tuo risentimento ma liberi anche (e soprattutto)  te dalla medesima catena. Perché ogni catena è fissata a qualcosa, e nel caso dell'odio  uno dei due capi è fissato a te stesso, a te stessa.

Una catena ha due capi: da una parte chi deve perdonare, e dall'altra chi deve essere perdonato.

Questa catena che ho in mano, ora la fisserò a due di voi: uno rappresenterà chi deve perdonare  e l'altro chi deve chiedere perdono.

Ora siete “intrappolati”: anche se volete andare da qualche parte, dovrete trascinare l'altro con voi. Scomodo, vero?

Supponiamo che uno di voi due  decida di perdonare o di chiedere perdono, mentre l'altro no; a questo punto la catena  sarà fissata solo ad uno di voi. Solo chi si è sganciato sarà davvero libero, mentre l'altro porterà DA SOLO  il peso di tutta quanta la catena. E se non avrà chiesto perdono  o non avrà perdonato più volte avrà un bel peso da portarsi addosso.

Così come tu sarai in catene finché non perdoni, allo stesso modo sarai in prigione finché non hai chiesto perdono.

Gesù ti dice: “Non portare un peso che non è per te. Vai e riconciliati. Vai e chiedi perdono.

4. Perché non c' è altro modo per ritrovare la libertà

Se non chiedi perdono, non c'è cesoia,  o sega,  o smerigliatrice angolare che tenga: pagherai il prezzo fino alla fine.

“Io ti dico in verità che di là non uscirai, finché tu non abbia pagato l’ultimo centesimo.” (Matteo 5:26)

Di quale prezzo sta parlando Gesù? Del prezzo del tuo e del mio orgoglio, quello che mi impedisce di dire : “Si, ho sbagliato, ti chiedo perdono

L'altro, da parte sua, potrà perdonarti, ma Gesù dice che il tuo debito rimarrà aperto “finché tu non abbia pagato l’ultimo centesimo.” La catena rimarrà attaccata su te, fino a quando non decidi di chiedere perdono.

Giacomo afferma:

“Confessate dunque i vostri peccati gli uni agli altri, pregate gli uni per gli altri affinché siate guariti; la preghiera del giusto ha una grande efficacia.” (Giacomo 5:16)

Se vuoi guarire, devi confessare che hai sbagliato. Se vuoi guarire, devi chiedere perdono.

Qualche nota “pratica” in conclusione su come e quando e cosa accade.

Come debbo chiedere perdono?

Devo andare di persona? O devo telefonare? Oppure scrivere?

Non c'è una regola: Gesù dice:

 “va’ prima a riconciliarti con tuo fratello” (Matteo 5:24b)

perché all'epoca non esisteva il telefono o WhatsApp, o le mail.

Alcune volte, dipende dal carattere dell'atra parte il contatto fisico potrebbe essere sconsigliato almeno all'inizio.

Non c'è una regola: prega,  chiedi consigli ad altri credenti maturi, rifletti sul carattere dell'altra parte della catena... ma agisci!

Quando debbo chiedere perdono?

Prima lo fai, meglio è.

Paolo dice:

 “Il sole non tramonti sopra la vostra ira e non fate posto al diavolo.” (Efesini 4:26b-27)

Tra mia moglie e me c'è un patto sin dall'inizio del matrimonio che viene QUASI” sempre rispettato:
 “Prima di andare a letto dobbiamo aver chiarito chi ha sbagliato deve aver chiesto perdono e chi è stato offeso deve aver perdonato.”

Più passa il tempo, più il problema diventerà grande, meno sentirai la voglia di chiedere perdono, meno sarai disposto a concederlo.

Cosa succede se non mi perdonano?

Succede che tu avrai fatto tutto il possibile, che ti penti di quello che è successo  e che vuoi il loro perdono.  Questo è ciò che è importante per Dio.

Paolo dice

“Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi.” (Colossesi 3:13)

Potrebbero non perdonarti, naturalmente;   ma a quel punto  diventa il loro problema,  non il tuo.

Cosa succede se la persona che ho offeso non c'è più?

Alcune volte non sarà possibile chiedere perdono, perché abbiamo perduto contatto con le persone, o perché non ci sono più.

A Dio interessa il tuo cuore, non quello che dice la tua bocca.

Prendi ad esempio il Ladrone in croce con Gesù:

“Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni, ma questi non ha fatto nulla di male». E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso».(Luca 23: 41:43)

Certo, il ladrone non è che potesse  scendere dalla croce, e andare a chiedere scusa a chi aveva rubato; Gesù vede l'impossibilità di chiedere perdono fisicamente vede il suo cuore,
 e in base a quello decide.

Ricorda che è un'eccezione: se c'è la possibilità, devi “andare”!

Conclusione

Sul manifesto l'uomo aveva scritto:

 "Quando un uomo sbaglia deve saper chiedere perdono, dimostrare con i fatti amore, rispetto e attenzione … Ho la fortuna di aver ricevuto il dono di Dio per averci uniti e fatti divenire un’anima sola!”.

Sei pronto, sei pronta ad essere l'uomo di Dio, ad essere la donna di Dio e dimostrar amore,  affetto, attenzione sapendo di aver ricevuto il dono della Grazia? Sapendo di essere stato perdonato  attraverso Gesù?

Preghiamo.

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