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09 febbraio 2020

Adorare è... abbracciare il Padre | 9 Febbraio 2020 |


Adorare non è cantare, né pregare, né prostrarsi. Non solo. Adorare è abbracciare il Padre per farlo esultare con canti di gioia.
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Tempo di lettura: 10 min.
Tempo di ascolto audio/visione video: 34 min.

Cosa ti viene in mente  quando senti la parola“adorare”? Il problema con questa parola nelle chiese evangeliche è che spesso è associato esclusivamente alla fase del culto prima della predicazione: “Adesso iniziamo con l'adorazione”.

Altre volte è associato ad un tipo di preghiera, spesso fatto a voce alta, occhi chiusi e mani alzate.

Altre ancora a quando le persone si inginocchiano o si prostrano a terra in “adorazione”;
ci sono decine  e decine di dipinti che raffigurano quel santo o quell'altro in “adorazione”.

Ma è davvero tutto questo, oppure non è “solo questo” adorare Dio?

Mi viene da fare una domanda: “Ma a Dio serve davvero che io canti o che mi sdrai per terra?”

Secondo voi, Dio è davvero interessato a sentirci cantare oppure a vederci stesi per terra, o a sentire le nostre alte grida al cielo?

Sembra quasi che Dio sia un po' sordo, e gli serva di “sentirmi forte” per girarsi, oppure che si preoccupi di me solo se sono steso a terra  o se grido ad occhi chiusi: “Si sarà mica fatto male?

Quasi sembra che io sia “a caccia” di attenzione, che voglia “farmi notare”. Ma sarà davvero cosi? Sono io alla caccia di Dio... oppure è viceversa?

Pensate a come cambierebbe la situazione se l'adorazione non fosse un momento dove sono io ad attirare l'attenzione di Dio, ma Lui ad attirare la mia attenzione su di lui!

Perché dico che cambierebbe la situazione?  Perché significherebbe che non sono io a cercare Dio, ma è lui a cercare me... Come sempre!

Vi ricordate come è iniziato tutto? Quando Adamo ed Eva si erano nascosti per la vergogna di aver disobbedito? Chi è stato il primo a muoversi per cercarli?

“Poi udirono la voce di Dio il Signore, il quale camminava nel giardino sul far della sera; e l’uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza di Dio il Signore fra gli alberi del giardino. Dio il Signore chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?»” (Genesi 3:8-9)

Dio non vuole giocare “a nascondino” con noi, e non vuole neppure  che stiamo distanti da lui per troppo tempo. E' per questo che ha trovato  un “canale diretto”, un luogo dove lui è sempre presente, disponibile, dove ci aspetta ogni giorno.

Quel canale, quel luogo si chiama, appunto, “adorazione”.

Ci fu una donna che chiese a Gesù  dove fosse meglio adorare Dio: e Gesù gli rispose così:

“La donna gli disse: «Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato su questo monte, ma voi dite che è a Gerusalemme il luogo dove bisogna adorare».  Gesù le disse: «Donna, credimi; l’ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori" (Giovanni 4:19-24)

Gesù risponde in una maniera chiara: “Non ti serve un luogo specifico,  perché Dio è dappertutto... E, soprattutto , E' LUI CHE CERCA TE!”

Dio CERCA chi lo adori: quando pensiamo che siano il canto, la preghiera o il prostrarsi a portarci ad adorare Dio, siamo un po' come la donna al pozzo: stiamo pensando che, per adorare Dio, serve un “luogo”: dentro una canzone,  dentro una preghiera,  dentro una postura del corpo.

Intendere, non voglio scoraggiarvi dal cantare, o dal pregare con le mani alte o prostrati, sono tutte cose buone, e realmente servono a noi, non a Dio!

Dio ci conosce, sa come siamo fatti e sa che queste cose ci aiutano ad adorarlo. Lo ha scritto così tanto nel nostro DNA che è rimasto anche nelle persone che non lo cercano più, e che spesso dicono che Dio non esiste.

Il mondo è pieno di “adoratori”: chi adora un cantante, chi una squadra di calcio, chi il proprio lavoro, chi la propria moglie o il proprio marito.

Ma c'è una differenza sostanziale: né la rock star, né il calciatore, né il datore di lavoro... (e qualche volta né la moglie o il marito!) vanno alla ricerca di chi lo adori  per avere un contatto personale e quotidiano. Se capita di incontrare un proprio fan, magari ci scappa un autografo... ma nulla di più.

Ma Dio, dice Gesù,  è invece alla RICERCA personale, “ cerca tali adoratori” vuole passare tempo OGNI GIORNO con i suoi fan!

Il cammino di un adoratore  non è tanto un “mordi e fuggi”, l'autografo strappato al concerto o alla partita, ma è un modo di vita. Riguarda lo scoprire il segreto dell'amicizia con Dio Non riguarda tanto il fare qualcosa ma riguarda piuttosto essere qualcuno, non “fare” l'adorazione” ma “essere” un adoratore.

Paolo ce lo spiega:

“E così, cari fratelli, vi esorto a dare i vostri corpi a Dio; che siano un sacrificio vivente, santo. Questo è il modo giusto di adorare Dio. Non adattatevi alla mentalità e alle usanze di questo mondo, ma lasciatevi trasformare da Dio con un completo rinnovamento della mente vostra. Allora sarete in grado, per vostra esperienza personale, di capire qual è la volontà del Signore; vale a dire: tutto ciò che è buono, perfetto è a lui gradito..” (Romani 12:1-2 BDG)

Vivere come un adoratore piuttosto che avere “momenti di adorazione”.

Cosa è “adorazione”?

Ho detto più di una volta che “adorare”: è una parola composta di origine latina,  “orare” = parlare + suffisso “ad” = a,  ovvero parlare a qualcuno.

Con chi ti piace parlare di più? Con le persone che disprezzi, o che non conosci, oppure con le persone che ammiri e che conosci bene? Di norma è più facile parlare se parliamo a qualcuno che “vale” per noi, qualcuno che amiamo!

Se adoro Dio, dunque, sto affermando  che Dio “vale” per me adorare è perciò  “parlare a qualcuno che vale che amo”.

Ma anche stavolta, siamo arrivati secondi! Non siamo noi ad aver amato per primi:

Giovanni dice che

“Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo.” (1 Giovanni 4:19 PV)

Perché Dio vuole la mia adorazione?

Abbiamo detto allora che non sono io che cerca attenzione di Dio adorando, ma che è Dio che mi a strutturato per adorare così da avere un rapporto costante con Lui.

La mia domanda è: “Perché?” Perché il Creatore del mondo vorrebbe la mia attenzione ogni giorno? Non ha altro da fare che parlare con me?"

Il salmo 8 dice:

“Quand'io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte, che cos'è l'uomo perché tu lo ricordi? Il figlio dell'uomo perché te ne prenda cura?” (Salmo 8:3-4)

Che Dio, Creatore di tutto, ami un niente come me, veramente non ha senso! Non ha senso amare qualcuno che spesso sbaglia, il più delle volte fa di testa sua, continuamente delude.

Sono troppo duro? Ripercorri mentalmente la giornata  di ieri, e pensa dove e quando non hai rispettato  qualche regola che Dio ti ha dato. Ne vogliamo parlare? Un momento dove sei stato/stata scortese con qualcuno. Un semaforo giallo (o rosso!) visto come verde. Una scusa (una bugia!) per evitare di fare quella cosa che non ti va... Meglio non parlarne, eh!

Il figliol prodigo

E invece parliamone! Perché è Gesù stesso che ci da un esempio di come siamo fatti noi, nella famosa parabola che qualcuno (non Gesù)  ha deciso di chiamare “Il figliol prodigo”.

Gesù racconta una storia di un'eredità anticipata; il figlio che chiede al padre i soldi il padre lo accontenta,  il figlio se ne va.

Ma si sa,  “Soldi non faticati finiscono prima di essere usati”. Gesù dice che, a un certo punto,  dopo aver provato la fame il figlio “rientrato in se” capì lo sbaglio, prese la strada per tornare a casa, e lungo la strada fece tutto un progetto  per come chiedere scusa. Senza sapere che, a casa, il padre non vedeva l'ora di riabbracciarlo di perdonarlo, e di riaverlo come figlio:

“Ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo baciò.... Ma il padre disse ai suoi servi: “Presto, portate qui la veste più bella e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi; portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa,  perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato” “ (Luca 15:20b, 23-24)

Gli mise scarpe nuove,  lo vestì col vestito più bello,  e gli diede l'anello che simboleggiava l 'appartenenza alla famiglia. Gli restituì dignità, identità, autorità

Un figlio che non è “prodigo”

Gesù non ha intitolato la storia “Il figliol prodigo”, perché in realtà “prodigo” in italiano non significava “essere spendaccione”,  ma, dal latino “pro-agere”= spingere avanti”  significa “donare con molta larghezza,  dare tutto se stesso per aiutare gli altri”.

L'ho detto altre volte che fu l'errore di un tipografo francese,   che nel 1551, per ammazzare il tempo durante un lungo viaggio in carrozza da Lione a Parigi,  decise di mettere i numeri e titoli.

Nella storia, chi  è che “dona tutto se stesso” chi è il “prodigo”?  Non è certo il figlio,  che prende sia la prima che la seconda volta. Ma  il padre,  perché “dona con molta larghezza”, la prima volta con tristezza la seconda volta con gioia, e “da tutto se stesso per aiutare il figlio”...  che non se lo sarebbe proprio meritato.

Un mio amico pastore mi ha raccontato  di aver assistito ad un padre  che sollevava il suo figlio paralizzato e cieco  durante un culto e gli cantava  perché il figlio potesse sentire le sue braccia  e sentire la sua voce.  E il figlio, con uno sforzo immane,  riuscì a sollevare un braccio  solo per metterlo  attorno al collo del proprio padre,  e sorridere.

Penso che l'immagine di questo padre che canta  affinché suo figlio disabile,  incapace di vederlo,  incapace di muoversi,  ma solo capace di essere sostenuto e sfiorato,  in qualche modo abbracciato,  sia già stata descritta in un passo dell'Antico Testamento:

“ Il SIGNORE, il tuo Dio, è in mezzo a te, come un potente che salva; egli si rallegrerà con gran gioia per causa tua; si acquieterà nel suo amore, esulterà, per causa tua, con canti di gioia” (Sofonia 3:17)

Ecco, questa è l'immagine vera, quella giusta dell'adorazione! Non sono io che “canto” non sono io che “prego” non sono io che “mi inginocchio o mi prostro” ma è Dio che mi sostiene, mi canta,  mi tiene in braccio quando sto adorando! E' Lui che esulta per me, con canti di gioia!

Quello che devo fare io, per adorarlo davvero, è sentire quelle braccia durante tutto il giorno, vivere alla sua presenza costantemente, non soltanto durante una canzone  o una preghiera.

Noi, per Dio, siamo come quel figlio disabile, che il padre ama lo stesso, anzi, di più. Se fossimo perfetti, lui ci amerebbe, ma non avremmo bisogno costante di lui. Ma noi non siamo perfetti, anzi... siamo imperfetti,  siamo peccatori.

E lui sa che abbiamo bisogno di sostegno non solo durante una canzone, ma lungo tutto il giorno, non solo durante una preghiera, ma sempre. E' un Dio che  “esulterà, per causa tua, con canti di gioia”

Cosa farai?

Cosa farai, dunque, con un amore così? Farai come quel figlio, di cui parla Gesù, allontanandoti da lui, oppure “rientrerai in te” come quello stesso figlio e tornerai al Padre? Farai come quel figlio disabile che si aggrappa al proprio padre e sorride?

Cosa farai,  oltre cantare una canzone a Dio? Cosa farai,  oltre pregare una preghiera a Dio? Come farai a mettere il tuo braccio attorno al suo collo,  per fargli sentire che, anche se sei disabile, paralizzato, e cieco, lo ami?

Paolo dice:

“...vi esorto a dare i vostri corpi a Dio; che siano un sacrificio vivente, santo....” (Romani 12:1a BDG)

Chiedi,  e lui ti dirà cosa fare, come trasformare la tua vita in atto di adorazione costante  a colui che  è lì, davanti a te,  e ti sorregge per poter esultare  “per causa tua con canti di gioia!”

Preghiamo.


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13 maggio 2018

Quando sono io a chiedere il perdono | 13 Maggio 2018 |

Come credenti siamo chiamati non solo a perdonare dal cuore, ma anche a chiedere perdono agli altri.
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Qualche anno fa comparve  sui muri di una cittadina del sud questo manifesto:

persone per i nostri errori,


Un anonimo diceva così:


“Ciao Angela, ti devo chiedere scusa. Scusa per essere mancato come marito e come padre, travolto da una tempesta di lavoro, che mi ha fatto fare molti errori e mi ha fatto dedicare il mio tempo a cose inutili e futili, perdendo di vista la cosa più importante che avevo al mio fianco, Tu e le nostre bimbe. Chiedo scusa alla tua famiglia, ai tuoi amici che ti hanno visto stare male per colpa mia, chiedo scusa alle nostre piccole, alle quali dobbiamo dare solo felicità. Quando un uomo sbaglia deve saper chiedere perdono, dimostrare con i fatti amore, rispetto e attenzione ed essere un punto di riferimento per i suoi cari… Ho la fortuna di aver ricevuto il dono di Dio per averci uniti e fatti divenire un’anima sola!”.

Devo ammettere che il modo di questo marito per chiedere scusa alla propria moglie  è stato di sicuro originale.

Fino ad adesso abbiamo parlato di cosa accade quando IO sono stato offeso, e sono IO a dover perdonare, quando gli altri offendono noi...

Ma cosa accade quando gli “altri” siamo noi? Quando non siamo dalla parte del giusto, quando siamo quelli che abbiamo bisogno di grazia e di perdono?

Dobbiamo solo augurarci di avere davanti un buon credente che applichi quello che abbiamo visto  nelle altre tre predicazioni, che non tiene in eterno, si libera, perdona in grande, oppure l'essere credenti noi dalla parte sbagliata della palizzata ci deve spingere ad agire? E se si, come?

Se c'è ci perdona, ci deve essere qualcuno che è perdonato. E nella nostra vita ci capiterà non solo di dover concedere il perdono, ma anche di doverlo chiedere.

Perché dovrei chiedere il perdono?

Già, non potrei semplicemente... aspettare? Attendere che sia l'altro ad agire, magari interrompere qualsiasi mia attività contro di lui o di lei, dimostrarmi pentito o pentita, ma senza dover passare sotto le “forche caudine” del dover chiedere scusa?

Ci sono almeno quattro buoni motivi perché come credente  sono chiamato, sono chiamata a chiedere perdono.

1. Perché Gesù me lo chiede

La risposta è molto semplice: se sono discepolo, se sono discepola di Gesù, debbo obbedire ai suoi comandamenti.

Rifletti: perché è venuto Gesù? Per perdonarci i peccati! E quale era l'effetto dei nostri peccati? Che saremmo stati eternamente separati da Dio.

La stessa cosa vale  per le relazioni interpersonali; quanto io “pecco” contro qualcuno, il mio peccato mi isola da lui o da lei, e così mi impedisce di adempiere  ad uno dei comandamenti che Gesù ha detto di essere  il secondo più importante

"«Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» Gesù gli disse: «“Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».". (Matteo 22:36-40)

Non è un caso che nel Nuovo Testamento la frase “gli uni gli altri”  sia presente come terza (58 volte) dopo “amore” (145) e “peccato” (106), ben prima di “salvezza” (44). Se devi adempiere la Legge di Dio, non puoi avere “conti aperti” con nessuno.

Quando una persona chiese a Gesù chi fosse il suo prossimo (Luca 10:29) Gesù raccontò una  storia
prendendo come protagonista un Samaritano, che era la razza più odiata dai Giudei, dipingendolo come la migliore  delle persone possibili. Quello è il tuo prossimo!

Gesù mi chiede di amare tutti, indistintamente. E per farlo, non devo tenere conti aperti con nessuno.

2. Perché Dio gradisce chi chiede perdono

Gesù spiega cosa fa il nostro peccato verso l'altro, e perché dovremmo essere rapidi a chiederlo.

E la prima cosa che fa è quella di separarci da Dio.

“Se dunque tu stai per offrire la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi vieni a offrire la tua offerta.” (Matteo 5:23-24)

Qui stava descrivendo  ciò che accadeva ai suoi tempi: le persone si recavano al tempio con un'offerta che normalmente era un animale vivo, lo poneva sull'altare dinanzi al Tempio, e il Sommo sacerdote si occupava di ucciderlo versando il sangue, che avrebbe coperto per un anno i peccati di chi offriva.

Noi sappiamo che Gesù è l'offerta,  l'agnello il cui sangue ha lavato una volta e per sempre
i peccati del mondo. Ed è proprio lui che ci dice: “Sappi che mio Padre gradisce l'offerta di chi si è riconciliato chiedendo perdono al fratello. Prima riconciliati, e poi offri... e visto che l'offerta è già stata fatta da me, quello che devi fare è andare a chiedere perdono, e poi venire da me.

3. Perché sarai prigioniero/prigioniera finché non chiedi perdono

Gesù prosegue e illustra:

“Fa’ presto amichevole accordo con il tuo avversario mentre sei ancora per via con lui, affinché il tuo avversario non ti consegni in mano al giudice e il giudice in mano alle guardie, e tu non venga messo in prigione.” (Matteo 5:25)

Vi ricordate cosa avevamo detto del perdonare? Quando tu perdoni spezzi le catene che imprigionano l'altro nel tuo odio, nel tuo risentimento ma liberi anche (e soprattutto)  te dalla medesima catena. Perché ogni catena è fissata a qualcosa, e nel caso dell'odio  uno dei due capi è fissato a te stesso, a te stessa.

Una catena ha due capi: da una parte chi deve perdonare, e dall'altra chi deve essere perdonato.

Questa catena che ho in mano, ora la fisserò a due di voi: uno rappresenterà chi deve perdonare  e l'altro chi deve chiedere perdono.

Ora siete “intrappolati”: anche se volete andare da qualche parte, dovrete trascinare l'altro con voi. Scomodo, vero?

Supponiamo che uno di voi due  decida di perdonare o di chiedere perdono, mentre l'altro no; a questo punto la catena  sarà fissata solo ad uno di voi. Solo chi si è sganciato sarà davvero libero, mentre l'altro porterà DA SOLO  il peso di tutta quanta la catena. E se non avrà chiesto perdono  o non avrà perdonato più volte avrà un bel peso da portarsi addosso.

Così come tu sarai in catene finché non perdoni, allo stesso modo sarai in prigione finché non hai chiesto perdono.

Gesù ti dice: “Non portare un peso che non è per te. Vai e riconciliati. Vai e chiedi perdono.

4. Perché non c' è altro modo per ritrovare la libertà

Se non chiedi perdono, non c'è cesoia,  o sega,  o smerigliatrice angolare che tenga: pagherai il prezzo fino alla fine.

“Io ti dico in verità che di là non uscirai, finché tu non abbia pagato l’ultimo centesimo.” (Matteo 5:26)

Di quale prezzo sta parlando Gesù? Del prezzo del tuo e del mio orgoglio, quello che mi impedisce di dire : “Si, ho sbagliato, ti chiedo perdono

L'altro, da parte sua, potrà perdonarti, ma Gesù dice che il tuo debito rimarrà aperto “finché tu non abbia pagato l’ultimo centesimo.” La catena rimarrà attaccata su te, fino a quando non decidi di chiedere perdono.

Giacomo afferma:

“Confessate dunque i vostri peccati gli uni agli altri, pregate gli uni per gli altri affinché siate guariti; la preghiera del giusto ha una grande efficacia.” (Giacomo 5:16)

Se vuoi guarire, devi confessare che hai sbagliato. Se vuoi guarire, devi chiedere perdono.

Qualche nota “pratica” in conclusione su come e quando e cosa accade.

Come debbo chiedere perdono?

Devo andare di persona? O devo telefonare? Oppure scrivere?

Non c'è una regola: Gesù dice:

 “va’ prima a riconciliarti con tuo fratello” (Matteo 5:24b)

perché all'epoca non esisteva il telefono o WhatsApp, o le mail.

Alcune volte, dipende dal carattere dell'atra parte il contatto fisico potrebbe essere sconsigliato almeno all'inizio.

Non c'è una regola: prega,  chiedi consigli ad altri credenti maturi, rifletti sul carattere dell'altra parte della catena... ma agisci!

Quando debbo chiedere perdono?

Prima lo fai, meglio è.

Paolo dice:

 “Il sole non tramonti sopra la vostra ira e non fate posto al diavolo.” (Efesini 4:26b-27)

Tra mia moglie e me c'è un patto sin dall'inizio del matrimonio che viene QUASI” sempre rispettato:
 “Prima di andare a letto dobbiamo aver chiarito chi ha sbagliato deve aver chiesto perdono e chi è stato offeso deve aver perdonato.”

Più passa il tempo, più il problema diventerà grande, meno sentirai la voglia di chiedere perdono, meno sarai disposto a concederlo.

Cosa succede se non mi perdonano?

Succede che tu avrai fatto tutto il possibile, che ti penti di quello che è successo  e che vuoi il loro perdono.  Questo è ciò che è importante per Dio.

Paolo dice

“Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi.” (Colossesi 3:13)

Potrebbero non perdonarti, naturalmente;   ma a quel punto  diventa il loro problema,  non il tuo.

Cosa succede se la persona che ho offeso non c'è più?

Alcune volte non sarà possibile chiedere perdono, perché abbiamo perduto contatto con le persone, o perché non ci sono più.

A Dio interessa il tuo cuore, non quello che dice la tua bocca.

Prendi ad esempio il Ladrone in croce con Gesù:

“Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni, ma questi non ha fatto nulla di male». E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso».(Luca 23: 41:43)

Certo, il ladrone non è che potesse  scendere dalla croce, e andare a chiedere scusa a chi aveva rubato; Gesù vede l'impossibilità di chiedere perdono fisicamente vede il suo cuore,
 e in base a quello decide.

Ricorda che è un'eccezione: se c'è la possibilità, devi “andare”!

Conclusione

Sul manifesto l'uomo aveva scritto:

 "Quando un uomo sbaglia deve saper chiedere perdono, dimostrare con i fatti amore, rispetto e attenzione … Ho la fortuna di aver ricevuto il dono di Dio per averci uniti e fatti divenire un’anima sola!”.

Sei pronto, sei pronta ad essere l'uomo di Dio, ad essere la donna di Dio e dimostrar amore,  affetto, attenzione sapendo di aver ricevuto il dono della Grazia? Sapendo di essere stato perdonato  attraverso Gesù?

Preghiamo.

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