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17 ottobre 2021

Come faccio a sapere? Una guida alla guida di Dio | 17 Ottobre 2021 |

Come posso sapere che quello che sto facendo è gradito a Dio? Che è ciò che lui vuole per me? Che è il meglio che lui ha scelto per me?
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Predicatrice: Jean Guest
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Tempo di lettura: 9 minuti
Tempo di ascolto audio/visione video: 34 minuti

Nel mondo cristiano anglofono qualche anno fa andava di moda una scritta: "WWJD", che altro non era che le iniziali di una frase che suona "What Would Jesus Do?" Cosa farebbe Gesù?

Questa domanda è apparsa su magliette, borse, cappelli/berretti da baseball e anche  sulla cattedrale di St Paul  a Londra come parte di una protesta anti-capitalista. La forma più diffusa sono i braccialetti. Ho amici che indossano un braccialetto di questo tipo e per loro è un modo per ricordarsi delle giuste motivazioni e delle vie rette. 

A mio avviso, penso che sia la domanda sbagliata.;  io so cosa farebbe Gesù. Più difficile da discernere è la risposta alla domanda:"Cosa vorrebbe Gesù che io facessi?" È quella cosina complicata che chiamiamo guida. 

Potrà sembrati strano, ma per parlarti delle risposte, voglio iniziare con le domande.

Nel preparare questo messaggio ho scoperto che Gesù ha fatto 307 domande, che gli sono state poste 183 domande, ma che ha risposto solo a 3. Gesù è interessato a relazioni reali e profondamente significative con le persone che incontra e questo include te e me. E il modo per conoscere veramente qualcuno è parlare con lui o con lei e fare delle domande.

Ecco alcune delle 307 domande che ha fatto e perché le ha fatte:

Domande per creare una connessione umana: 

“Egli, preso il cieco per la mano, lo condusse fuori dal villaggio, gli sputò sugli occhi, pose le mani su di lui e gli domandò: «Vedi qualche cosa?» “ (Marco 8:23)

Domande che stimolavano introspezione: 

“Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete?” (Matteo 5:46 a)

Domande per portare avanti un'argomento: 

“Allora Gesù chiese loro:  «È permesso, in un giorno di sabato, fare del bene o fare del male? Salvare una persona o ucciderla?»“(Marco 3:4)

E non solo Gesù, ma anche le Scritture ci danno il permesso di fare domande. I salmi iniziano spesso con "quando?", "perché?", "chi?", "come?" Siamo incoraggiati dalle Scritture ad avere un dialogo con Dio. E direi che questi sono i primi passi per vedere la sua guida all'opera nella nostra vita. Quando veniamo da lui e lo sentiamo chiedere:

"Che ve ne pare?" (Matteo 18:12)

Il momento in cui Gesù ti chiede "Che ve ne pare?" è un momento veramente benedetto.

Relazione - la guida è radicata nella nostra relazione con lui. Egli vuole essere in prima fila  e al centro della nostra vita, vuole essere la fonte, la sorgente.

Questa Buona Novella ci dice come Dio ci rende giusti ai suoi occhi. Questo si compie dall'inizio alla fine per mezzo della fede. Come dicono le Scritture:  

“Il giusto per fede vivrà”  (Romani 1:17)

La parola fede qui nel greco è: pistis, ovvero " fiducia, affidarsi completamente"

E questo significa letteralmente confidare e affidarsi completamente a qualcuno. Se ci affidiamo completamente a lui allora possiamo essere certi che che lui ha il controllo non importa cosa succeda, non importa quali errori facciamo, non importa quanto non ci sembra che lo sia.

“Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno.  (Romani 8:28)

Ma se questo è vero, allora la guida ha davvero importanza? "Allora non posso fare quello che mi sembra giusto?  Andrà tutto bene comunque!" Se pensiamo così, allora siamo caduti nella trappola della filosofia moderna che dice semplicemente: "Se ti fa stare bene, fallo". 

Come possiamo affermare di essere persone che amano Dio con tutto il nostro cuore, la nostra mente e la nostra forza, se non ci chiediamo: "E' questo che Gesù vorrebbe che io facessi?”

Se cerate su Google la domanda: “Come faccio a sapere?” in inglese, viene fuori una lista davvero  surreale. Esce di tutto;  dal testo di uno dei classici di Whitney Houston, alla domanda “Come faccio a sapere quando ho le contrazioni?”  (oh , sorella, credimi, lo saprai!).

Così, in risposta a "Come faccio a sapere?", dopo 47 anni  da che sono credente con molti alti e bassi, ecco alcune cose che ho imparato lungo il cammino.

I cinque modi per sentire la voce di Dio

Ci sono cinque modi per sentire la voce di Dio:

  • Leggere     
  • Ascoltare    
  • Parlare       
  • Pensare    
  • Osservare  

Leggere

“La tua parola è una lampada al mio piede e una luce sul mio sentiero” (Salmo 119:105) 

“Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia,.” (2 Timoteo 3:16)

Quasi ogni settimana il nostro pastore Marco ci esorta a leggere e conoscere le nostre Bibbie. La nostra fonte primaria per sapere chi è Dio, il suo carattere e le sue vie provengono da questa Parola vivente. 

Il mio figlio primogenito, Charlie, ha l’abitudine irritante di fare a meno dei libretti delle istruzioni che vengono forniti con le attrezzature nuove; pensa di saperne abbastanza per essere in grado di capirlo;  a volte ci riesce, a volte deve arrendersi e aprire le istruzioni. Un tempo personale quotidiano,  settimana dopo settimana, con Dio è il modo in cui arriviamo a sapere come funziona l'attrezzatura, per così dire. Perché dovremmo fare a meno del libretto delle istruzioni? Egli promette nel Salmo 32:8

“Io ti istruirò e ti insegnerò la via per la quale devi camminare; io ti consiglierò e avrò gli occhi su di te.” (Salmo 32:8)

“Avrò gli occhi su di te", quanto è bello, vero? Si ritorna di nuovo alla guida, che inizia con la nostra relazione con Dio e che è radicata nella nostra fiducia e nell'affidarsi a  lui. E perché non dovremmo fidarci di uno il cui sguardo costante è amorevole?

Ascoltare

Il mio brano preferito delle Scritture è: 

“Nel principio era la Parola (....) E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi” (Giovanni 1:1,14) 

Sono assolutamente affascinata da un Dio che voleva sapere com'era essere me, tanto da diventare un essere umano, e che non è più qui in carne e ossa ma vuole ancora sapere com'è essere me. Oggi lo posso sperimentare  grazie allo Spirito di Dio che vive in me. Gesù ha promesso che non saremmo stati lasciati soli quando sarebbe tornato in cielo ; lo Spirito Santo è il nostro consigliere, il nostro aiutante, è grazie a lui che siamo in relazione con Gesù e loro sono il secondo modo in cui sperimento la guida.

“Ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto.” (Giovanni 14:26)

Lo Spirito è la voce interiore che ci spinge, ci stimola, forse anche ci scuote ad ascoltare. L'anno scorso ho sentito me stessa  dire a due amiche: "Avete voglia di formare una gruppetto di preghiera?” Non ero arrivata con questo pensiero in testa, ma improvvisamente era lì, e penso che tutte e tre diremmo che è stata una benedizione incredibile pregare l'una con l'altra.

E nel caso in cui pensiate che io sia super spirituale e che abbia tutto sotto controllo, una volta ero a un colloquio di lavoro e ho sentito fortemente lo Spirito che mi diceva: "Questo non fa per te, vattene". L'ho ignorato, ho accettato il lavoro e mi sono fatta 6 mesi lavorando per il peggior capo che abbia mai conosciuto. 

Allora perché Dio non mi ha impedito di fare quell'errore?  Perché non sono il suo burattino; sono libera di scegliere, anche di sbagliare, ma con saggezza vedo che Dio non "tira i nostri fili dall'alto", ci anima con il Suo stesso Spirito.

A volte lo Spirito userà modi diversi per aiutarci a sentire, come immagini, profezie, frasi o visioni. Ho appena ammesso che non sempre ascolto le parole, ma essendo una persona visiva vedo molto bene le immagini. Recentemente stavo pregando per un amico che ha perso la via e improvvisamente mi sono trovata a pensare alla poesia “The Hound of heaven” o “Il segugio del cielo” e ho visualizzato il segugio che è l'amore di Dio che insegue il mio amico.

Parlare

Guardati intorno, guarda le persone che sono qui in questa stanza. Sei circondato da persone che sono sagge, amorevoli, esperte, forse anche tutte e tre le cose! Non siamo soli in questo cammino, Dio ci ha dato una comunità che ci incoraggia, ci sostiene, con cui parlare delle cose.

“I disegni sono resi stabili dal consiglio”  (Proverbi 20:18 a) 

Naturalmente alla fin fine   dobbiamo prendere la decisione per noi stessi e assumercene la responsabilità, ma nel giungere a questa decisione abbiamo una famiglia con cui parlare.

Pensare

Il nostro affidarci a Dio rappresenta una libertà perfetta; Egli non è un burattinaio, ma un padre amorevole, gentile, misericordioso, compassionevole con cui abbiamo una relazione personale; funziona nei due sensi. Quando diventiamo credenti Dio non ci toglie l' intelligenza, le abilità o la  capacità di ragionare, anzi ci chiede di pensare di più.

“Considera quel che dico, perché il Signore ti darà intelligenza in ogni cosa. “ (2 Timoteo 2:7)

La versione della Bibbia "La Parola è vita" traduce così il versetto:

“Rifletti su quello che dico; il Signore ti aiuterà a capire tutto. “(2 Timoteo 2:7PV)

Considerare - significa sedersi e pensare. Mentre stai pensando Dio ti guiderà; il Signore ti darà l'intuizione. Dio non ci dice solo di fare qualcosa, ci dà delle ragioni per farlo e sono sempre allineate con la sua Parola. 

Abbiamo anche l'incredibile benedizione di avere accesso alla mente di Cristo.

“Infatti «chi ha conosciuto la mente del Signore da poterlo istruire?»  Ora noi abbiamo la mente di Cristo.” ( 1 Corinzi 2:16)

Paolo cita Isaia,  la prima riga di questo versetto,  e poi continua dicendo che un tempo non lo sapevamo, ma ora lo sappiamo perché abbiamo la mente di Cristo. Cosa intende dire con questo? Beh, potremmo passare un'altra ora solo su questo versetto, ma spero che questa diapositiva lo riassuma e, per favore, prendetevi del tempo questa settimana per leggere l'intera capitolo di 1 Corinzi 2, è davvero notevole.

  • 1) La mente di Cristo è in netto contrasto con la saggezza dell'uomo (versetti 5-6).
  • 2) La mente di Cristo implica la saggezza di Dio, un tempo nascosta ma ora rivelata (versetto 7).
  • 3) La mente di Cristo è data ai credenti attraverso lo Spirito di Dio (versetti 10-12).
  • 4) La mente di Cristo non può essere compresa da coloro che non hanno lo Spirito (versetto 14).
  • 5) La mente di Cristo dà ai credenti il discernimento nelle questioni spirituali (versetto 15).

Osservare

E infine riceviamo una guida attraverso segni circostanziali. Quando stavo pensando di venire qui, ero assolutamente pronta per un'avventura, ma era davvero difficile vendere la casa di famiglia. I ragazzi ed io avevamo vissuto lì per 21 anni e la casa era piena di ricordi e la maggior parte di essi felici e gioiosi. Ma quello che mi ha fatto dubitare se fosse giusto, sono stati gli ignoranti e gli idioti  che sono venuti a vedere la mia casa come potenziali compratori 

Vedete, la parete della mia cucina era un'opera d'arte in vetro fuso disegnata su richiesta;  amavo quella parete più di quanto possa dire e mi spezzava il cuore vedere la gente che non l’apprezzava, e c'era persino uno che voleva toglierla. Ero sconvolta, stavo dubitando e avevo bisogno di pace. 

Poi Rachel e Liam sono venuti a dare un'occhiata e ho capito che erano quelli giusti, perché Rachel è un'artista del vetro e ama quel muro tanto quanto me. È una piccola cosa, ma in quella circostanza Dio mi stava dicendo: “Va bene, puoi lasciarti tutto alle spalle perché quello che hai davanti è ancora meglio”.

Quindi come facciamo a sapere che la guida che pensiamo di aver ricevuto è corretta? Perché sperimentiamo la pace.

“Le cose che avete imparate, ricevute, udite da me e viste in me, fatele; e il Dio della pace sarà con voi.” (Filippesi 4:9)

Amen.

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10 ottobre 2021

Con che cosa ti stai rivestendo? | 10 Ottobre 2021 |

Gesù non si è sottratto dall'essere nudo sulla croce pur di darti dei nuovi abiti da vestire al posto di quelli che il mondo ti ha messo addosso, e  proteggerti col suo mantello di amore. Ma devi scegliere tu, ogni giorno, di vestire quei nuovi abiti.
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Siamo all'ultimo passo del nostro cammino tra i “nudi” della Bibbia. Cosa abbiamo visto fino ad ora?

Adamo ed Eva scoprirono di essere nudi dopo aver disobbedito per la prima volta a Dio.

Giobbe affermò che nudo era nato e nudo sarebbe morto e che tutto il resto era un di più concesso da Dio.

Michea ululava e mugghiava nudo davanti al popolo che una volta era stato il popolo di Dio per dire loro  “Siete nudi e siete pazzi, perché avete abbandonato il vostro Dio”.

Vorrei, prima ti continuare, aprire una piccola parentesi parlando del concetto di “nudo” nella Bibbia.

Leggendo i brani che ho usato per le prediche potreste pensare che la Bibbia associ sempre la nudità a qualcosa di cui vergognarsi, di sbagliato, di sporco. Se pensi così vorrei farti leggere un paio di brani:

“Il tuo collo è come la torre di Davide, costruita per essere un’armeria; mille scudi vi sono appesi, tutti gli scudi dei valorosi.  Le tue mammelle sono due gemelli di gazzella che pascolano tra i gigli.... Le sue mani sono anelli d’oro, incastonati di berilli; il suo corpo è d’avorio lucente, coperto di zaffiri. Le sue gambe sono colonne di marmo, fondate su basi d’oro puro.  (Cantico dei Cantici 4:4-5, 5:14-15)

Queste frasi non sono tratte da un romanzo erotico, ma fanno parte della Bibbia e non stanno parlando, come qualcuno vorrebbe interpretare, di metafore per descrivere la chiesa, ma di un  corpo fisico di  una lei (le mammelle) e di quello di un lui (le gambe).

Per cui la nudità nella Bibbia non è sempre associata con qualcosa di negativo: dipende dal perché,  o dal per cosa si è nudi.

Il libro di 2 Samuele ci racconta l' episodio nel quale l'Arca del Patto fa il suo ingresso a Gerusalemme, e davanti all'Arca che contiene le tavole della Legge (i 10 Comandamenti), troviamo Davide che danza:

“Davide era cinto di un efod di lino e danzava a tutta forza davanti al Signore.” (2 Samulele 6:14)

Ora, per farvi capire, Davide stava danzando vestito SOLO di un “efod”. Cosa era un “efod”? Era un paramento sacro di lino con fili porpora, rosso e viola, ma soprattutto, somigliava un po' a un grembiule da cucina, che copre davanti, ma di dietro no!

Infatti, quando fu tornato a casa, la moglie di Davide, Mical (figlia di Saul), avendolo visto dalla finestra, non sembrava davvero felice: 

«Bell’onore si è fatto oggi il re d’Israele a scoprirsi davanti agli occhi delle serve dei suoi servi, come si scoprirebbe un uomo da nulla!» (2 Samuele 6:20)

La parola tradotta con scoprirsi in originale è גָּלָה g̱âlâ che significa “denudarsi-spogliarsi”.  Davide rispose:

«L’ho fatto davanti al Signore che mi ha scelto invece di tuo padre e di tutta la sua casa per stabilirmi principe d’Israele, del popolo del Signore; sì, davanti al Signore ho fatto festa. Anzi mi abbasserò anche più di così e mi renderò umile ai miei occhi; ma da quelle serve di cui parli, proprio da loro, sarò onorato!» (2 Samuele 6: 21-22)

Attenzione: Davide sta affermando una cosa ben precisa: “L'essere nudi o vestiti non fa differenza se quello lo facciamo per il Signore!”

Davide sta dicendo in sostanza  che c'è una nudità che non offende Dio se è fatta davanti a lui e per lui. Davide dice: “Per il mio Signore farò molto di più che essere nudo”.

Vi ricordate la prima volta che l'uomo aveva scoperto di essere nudo, vero? Era quando Adamo ed Eva  si erano guardati dopo aver disobbedito a Dio. E vi ricordate quale era stata la prima azione che Dio aveva fatto verso le sue creature?

“Dio il Signore fece ad Adamo e a sua moglie delle tuniche di pelle, e li vestì.” (Genesi 3:21)

All'inizio dei tempi la prima cosa che Dio ha fece fu di provvedere alla nostra nudità sacrificando delle vite per coprirci. 

Ed alla fine dei tempi, (perché da quando è venuto Gesù  stiamo vivendo gli ultimi tempi,  anche se nessuno sa quanto dureranno) Dio ha fatto la medesima cosa.

Davide aveva detto che lui per il Signore avrebbe fatto ben più che essere nudo. Dio userà uno della sua stessa stirpe per fare ben più che coprire la mia e la tua nudità:

“I soldati dunque, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato, e anche la tunica. La tunica era senza cuciture, tessuta per intero dall’alto in basso.  Dissero dunque tra di loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocchi»; affinché si adempisse la Scrittura {che dice}: «Hanno spartito fra loro le mie vesti e hanno tirato a sorte la mia tunica». Questo fecero dunque i soldati.” (Giovanni 19:23-24)

La tunica era l'ultimo indumento prima della pelle; era la canottiera e le mutande dell'epoca. I romani toglievano anche quello ai condannati a morte, come ultima umiliazione e affinché dessero scandalo a chi guardava. Isaia dirà:

“Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca.” ( Isaia 53:7 a)

Giovanni ci spiega che tutto ciò avveniva perché si compisse qualcosa  che nella Bibbia era già stato scritto, nel salmo 22... da Davide!

Vedete come tutto ritorna? Davide aveva danzato nudo (o quasi) davanti all'arca che conteneva le Tavole della Legge.

Lo aveva fatto per il Signore, perché la Legge entrava nella città Santa,  a Gerusalemme! Ora un altro re  (“Re dei Giudei”, così diceva la scritta sulla croce), era nudo. Non per celebrale la Legge, ma per completare la Legge ed elargire la Grazia.

Da allora in poi, non saremmo stai mai più nudi! La Legge che ci condannava, l'insieme di comandamenti ai quali nessun uomo sarebbe mai stato capace di obbedire sino in fondo, non avrebbe più avuto efficacia su di noi, perché saremmo stati sotto al Grazia di Cristo.

Davide, qualche salmo dopo il 22, avrebbe affermato:

“Tu hai mutato il mio dolore in danza; hai sciolto il mio cilicio e mi hai rivestito di gioia” (Salmo 30:11)

Essere nudi rappresenta l' essere vulnerabili, l' essere esposti; come uomini e donne nel mondo abbiamo provato a proteggerci,  a”vestirci” con mille altre cose: la famiglia, il lavoro, il danaro, il sesso... tutte cose che ci danno una apparente sicurezza... ma che alla fine, come dice Giobbe, svaniranno:

“Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra...”. (Giobbe 1:21)

Non porteremo nessun vestito con noi... se non quello con cui ci vuol coprire Cristo:

“Se pure gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti secondo la verità che è in Gesù, avete imparato per quanto concerne la vostra condotta di prima a spogliarvi del vecchio uomo che si corrompe seguendo le passioni ingannatrici; a essere invece rinnovati nello spirito della vostra mente e a rivestire l’uomo nuovo che è creato a immagine di Dio nella giustizia e nella santità che procedono dalla verità.” (Efesini 4:21-24)

Come ti senti,  in questo preciso momento della tua vita? Ti senti nudo, o nuda, o ti senti vestito, o vestita? E se ti senti vestito, con che cosa ti stai rivestendo? Stai vestendo quelli che il mondo o te stesso, ti sei messo addosso per sentirti protetto, per sentirti protetta? Abiti che ti tengono al caldo... almeno per un po'.

Oppure ti senti nudo, ti senti nuda, perché quegli abiti non ti piacciono più, oppure si sono strappati e sono caduti:  un matrimonio in frantumi, un lavoro perso, un futuro incerto...

Gesù si è lasciato spogliare, affinché tu potessi rivestirti.

“Si, Marco, io vorrei rivestirmi di Cristo... ma cosa significa e come faccio?” Paolo ti dice: 

“La notte è avanzata, il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno, senza gozzoviglie e ubriachezze, senza immoralità e dissolutezza, senza contese e gelosie; ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non abbiate cura della carne per soddisfarne i desideri.” (Romani 13:12-14)

Paolo sta  usando un verbo all'imperativo: è un ordine: “Rivestitevi” La Grazia attraverso Gesù, è disponibile a tutti, ma devi scegliere indossarla.

Quando mi vesto ogni mattina, faccio una scelta:  mi metto questo o quello.  In questo brano Paolo ci dice  cosa dobbiamo decidere di NON  indossare.

Non indossare le dipendenze: all'epoca c'era solo l'alcool...  adesso c'è l'imbarazzo della scelta... e non penso solo alla droga, ma a tutto ciò che ci condiziona, io gioco, il porno, i social, tutte le cose che ci allontanano dalla vita vera e ci fanno vivere come in una bolla.

L'immoralità: il “sesso ricreativo”, quello che non prevede nessun vero legame, quello che cambia spesso partner

perché “ogni lasciata è persa”. Le contese: quelle di cui ne sono piene le TV tra politici, opinionisti, influencer, reality e quant'altro... dove tutti urlano e tutti litigano... e alla fine noi non sappiamo neppure perché!

“ Questi - dice Paolo - sono gli abiti che non ti devi mettere la mattina. Mettiti questi altri, invece”:

“Vestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza.” (Colossesi 3:12)

Avete ascoltato un TG, o visto un talk shaw, o un reality  in questi ultimi tempi? Se si, per quanti minuti hanno parlato di misericordia,  di benevolenza,  di umiltà,  di mansuetudine,  di pazienza?

Zero, vero? E' per questo che Paolo dice  che dobbiamo “vestirci” di questi sentimenti; non ce li abbiamo addosso, perché normalmente abbiamo gli altri. Quelli che ci dice di NON mettere la mattina.

Ma, anche stavolta, ogni mattina dobbiamo decidere con cosa vestirci; dobbiamo decidere di indossarli.

Ma vestirci solo non basta,  dice Paolo, “Dovete proteggere quei nuovi vestiti con un mantello speciale”:

“Al di sopra di tutte queste cose vestitevi dell’amore che è il vincolo della perfezione.” (Colossesi 3:14)

Quando hai qualcosa  su cui è stato posto un  “vincolo”, che sia un terreno o del denaro, significa che non lo puoi toccare fintanto che sussiste quel vincolo.

Fintanto che il mantello dell'amore ricopre  la misericordia, la benevolenza,  l' umiltà,  la mansuetudine, la  pazienza essi non potranno essere toccati, saranno al sicuro, protetti. Per quanto lo saranno? Per quanto l'amore di Cristo ci proteggerà, rivestendoci della sua Grazia? Paolo afferma:

“Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?...Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati.” (Romani 8:35, 37)

L'amore con cui Cristo ti ama è un mantello speciale che nulla potrà toglierti: neppure l'essere nudi. Colui che ci ha amati, ha accettato di essere nudo pur di ricoprici per sempre  col mantello della sua Grazia.

Ma devi scegliere di vestirti di quel mantello.

Conclusione

Siamo giunti alla fine di questa serie di quattro messaggi che si aprivano con una domanda, che era quella di Dio fatta ad Adamo:

“Chi ti ha mostrato che eri nudo?” (Genesi 3:11)

"Chi ti ha detto che eri nudo?” Ora sai che puoi non essere più nudo, più nuda, se accetti il mantello di amore di Cristo.

Preghiamo.

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03 ottobre 2021

In chi riponi la tua fiducia? | 3 Ottobre 2021 |

In chi o in cosa riponi la tua fiducia? Nelle capacità di un amico potente, nel mondo, in ciò che possiedi, o nella potenza che ha trasformato una crocifissione in una risurrezione?
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A quanti di voi piacerebbe conoscere il futuro? Sapere cosa accadrà fra dieci anni, o cinque, o magari sapere chi vincerà le elezioni questo lunedì?

Sapete, può sembrare che il dono di “profezia”, sia davvero “figo”! Ma se leggete  l'Antico Testamento, scoprirete che la vita del profeta è tutt'altro che “beata”.

Per prima cosa, una delle caratteristiche dei profeti è quello di annunciare sventura: Isaia, Geremia, Ezechiele, quasi tutti ricevevano da Dio la visione del tempo futuro perché preannunciassero ad un popolo ribelle la sua punizione... E questo non li rendeva molto popolari tra la gente, anzi.

L'altra cosa che troverete è che ai profeti era spesso richiesto da Dio non di fare lunghi discorsi per predicare, ma di fare delle azioni, diciamo così, “originali!

A Geremia Dio chiese di  comprare un perizoma  (in realtà, una cintura di lino),  di indossarlo per un po',  e poi nasconderlo in una fessura della roccia.  Se non ci credete. leggete Geremia 13. 

A Ezechiele Dio chiese di sdraiarsi su un fianco per 390 giorni  davanti a un mattone da cantiere (a Montefiascone li chiamano “zoccoloni”)   Lo trovate in Ezechiele 4. 

Che strani modi per portare messaggi profetici! Al profeta di cui parleremo oggi,  Michea ,  Dio chiese qualcosa ancora più “sconveniente” e “bizzarro”: Leggiamo il capitolo 1:

“Infatti, ecco, il Signore esce dal suo luogo, scende, cammina sulle alture della terra. I monti si sciolgono sotto di lui e le valli si liquefanno come cera davanti al fuoco, come acqua che cola sopra un pendìo. Tutto questo a causa della trasgressione di Giacobbe e dei peccati della casa d’Israele. Qual è la trasgressione di Giacobbe? Non è forse Samaria? Quali sono gli alti luoghi di Giuda? Non sono forse Gerusalemme? «Perciò io farò di Samaria un mucchio di pietre nella campagna, un luogo da piantarci le vigne; ne farò rotolare le pietre giù nella valle, ne metterò allo scoperto le fondamenta. Tutte le sue immagini scolpite saranno infrante, tutte le sue offerte agli idoli saranno arse con il fuoco, io ridurrò tutti i suoi idoli in desolazione, perché sono offerte raccolte come salario di prostituzione e torneranno a essere salario di prostituzione». Per questo io piangerò e griderò, andrò scalzo e nudo; alzerò lamenti come lo sciacallo, grida lugubri come lo struzzo. La sua piaga infatti è incurabile; si estende fino a Giuda e giunge fino alla porta del mio popolo, fino a Gerusalemme. (Michea 1:3-9) 

Vi prego di notare il versetto 8:

“Per questo io piangerò e griderò, andrò scalzo e nudo; alzerò lamenti come lo sciacallo, grida lugubri come lo struzzo.”(Michea 1:8)

Michea girava facendo versi simili allo sciacallo  e ad un animale che qui è tradotto con “struzzo” in altre bibbie “gufo”,  ma che era in originale יַעֲנָה ya‘ănâ, un animale che probabilmente si è estinto.

Ve lo immaginate se io, una mattina, invece di predicare, ululassi e mugghiassi? E non basta: nudo! 

Che strano modo di predicare!  Penso che sarete con me quando affermo che chi passava di lì si fermava, non tanto per chiamare la neuro, che all'epoca non c'era, ma per guardare, ascoltare, e capire  il perché di un predicatore nudo che ululava. e mugghiava.

Per capire perché Michea faceva così dobbiamo conoscere i re  che c'erano stati al suo tempo . Al versetto 1 sta scritto:

“Parola del Signore, rivolta a Michea, il Morastita, al tempo di Iotam, di Acaz e di Ezechia, re di Giuda. Visione che egli ebbe riguardo a Samaria e a Gerusalemme.” (Michea 1:1)

Il regno di questi tre re è durato circa 60 anni; Iotam ed Ezechia non erano re perfetti ma se la cavavano, e il popolo non è che fosse molto devoto a Dio, ma ci si poteva stare. Ma al tempo di Acaz e per colpa di Acaz il popolo era davvero andato “fuori strada”.

“Acaz aveva vent’anni quando cominciò a regnare, e regnò sedici anni a Gerusalemme. Egli non fece ciò che è giusto agli occhi del Signore, suo Dio, come aveva fatto Davide, suo padre;  ma seguì l’esempio dei re d’Israele e fece passare per il fuoco persino suo figlio, seguendo le pratiche abominevoli delle genti che il Signore aveva cacciate davanti ai figli d’Israele;  offriva sacrifici e incenso sugli alti luoghi, sulle colline e sotto ogni albero verdeggiante.” (2 Re 16:2-4) 

Acaz era un “senza Dio” che  non si fidava neppure degli dei pagani che spingeva ad adorare ed a cui aveva sacrificato il figlio, tanto è vero che, quando il suo regno fu attaccato dalla Siria, cominciò ad avere paura:

“Acaz inviò dei messaggeri a Tiglat-Pileser, re degli Assiri, per dirgli: «Io sono tuo servo e tuo figlio; sali qua e liberami dalle mani del re di Siria e dalle mani del re d’Israele, che hanno marciato contro di me». Acaz prese l’argento e l’oro che si poté trovare nella casa del Signore e nei tesori del palazzo reale, e li mandò in dono al re degli Assiri. Il re d’Assiria gli diede ascolto; marciò contro Damasco, la prese, ne deportò gli abitanti a Chir e uccise Resin.” (2 Re 16:7-9)

Se leggete I e II Re, vedrete che i re di Giuda che erano stati fedeli a Dio non avevano mai avuto bisogno che qualcuno da fuori li venisse a  difendere: si inginocchiavano, pregavano, e Dio interveniva in loro soccorso.

Ma Acaz non era fedele e non si fidava della potenza di Dio; per questo spogliò il Tempio dei suoi tesori pur di pagare  la potenza del re d'Assiria. 

Questo non basta: Acaz fece anche di peggio:

“Allora il re Acaz andò a Damasco, incontro a Tiglat-Pileser, re d’Assiria; e dopo aver visto l’altare che era a Damasco, il re Acaz mandò al sacerdote Uria il disegno e il modello di quell’altare, in tutti i suoi particolari. Il sacerdote Uria costruì un altare, esattamente secondo il modello che il re Acaz gli aveva mandato da Damasco; e il sacerdote Uria lo costruì prima del ritorno del re Acaz da Damasco...L’altare di bronzo, che era davanti al Signore – perché non fosse fra il nuovo altare e la casa del Signore – lo pose di fianco al nuovo altare, verso settentrione. (2 Re 16:10-11,14)

Acaz fece costruire un altare per un altro dio sul modello di quello del tempio pagano di Damasco e fece spostare di lato quello del vero Dio di Israele. Michea 1:9 dirà:

“La sua piaga infatti è incurabile; si estende fino a Giuda e giunge fino alla porta del mio popolo, fino a Gerusalemme” (Michea 1:9)

Quale è la piaga di cui parla Michea? La piaga si chiama Samaria; aver preso a fare quello che in Samaria di fa. E' l'aver abbandonato il vero Dio, adorando altri dei; è il non rivolgersi più a lui per aiuto, il sacrificare a dei inesistenti e il cercare aiuto da altri uomini, e non dal loro Signore!

E ciò che c'è di peggio, è che il popolo, ed Acaz, si sentono “al sicuro”, si “fidano” della protezione di  Tiglat-Pileser, il re degli Assiri... in fondo, i Sirani sono stati sconfitti... non c'è più il nemico...

Ne sei sicuro, Acaz? Ne siete sicuri, voi, abitanti di Israele?

Il nemico, strisciante, non è più là fuori, non è più il siriano, ma è dentro di te Acaz,  è dentro di voi, popolo.

Voi dite: “Ormai non c'è più bisogno di confidare in Yahweh,  anche se c'è ancora il Tempio, anche se il sabato ci vado e faccio le abluzioni, anche se pago la decima... ma Yahweh, Dio, non mi serve davvero!"

Tutti pensavano di fare la cosa giusta  perché c'era ancora una “vernice religiosa” su tutto.  Coloro che erano abituati ad avere le benedizioni della vita  le avevano ancora, come prima e forse di più.

Tutto nella vita era comodo  e non c'era bisogno preoccuparsi di Dio  e di ciò che Egli volesse veramente. 

In una situazione dove “tutto va apparentemente bene”  come porti a far riflettere le persone che quella è una calma “apparente” e che la tempesta è lì, dietro l'angolo?

Un profeta nudo  che cammina per la strada  piangendo e lamentandosi, e ululando come uno sciacallo  e mugghiando come uno struzzo... forse questo li farà fermare ad ascoltare...

Ecco perché Michea fa quello che fa. Non è perché sia un esibizionista.  Michea predica nudo, ulula e mugghia perché la situazione spirituale è così terribile  che qualcosa di davvero drammatico deve accadere  per svegliare le persone dal loro letargo spirituale. 

Michea sta dicendo al popolo: “Guardatemi! Io sono voi!  Io rappresento quello che siete! Vi sentite forti? Siete nudi! Vi sentite saggi? Siete pazzi!"

Nel primo messaggio su Genesi avevamo visto  che la consapevolezza di aver peccato aveva fatto comprendere ad Adamo ed Eva  di essere nudi.

Nel secondo su Giobbe avevamo visto che Giobbe era consapevole della sua nudità, che nudo era nato, nudo sarebbe morto e che tutto era di Dio che dava e toglieva.

Qui la situazione è differente: il popolo non si accorge di essere nudo, e non vuole neppure che qualcuno glielo faccia notare:

“«Non profetizzate!», vanno essi ripetendo. «Anche se non si profetizzano tali cose, non si eviterà l’infamia».” (Michea 2:6)

Serviva qualcuno “nudo” per davvero che facesse loro comprendere la loro nudità. Che ululasse e mugghiasse per  farli girare, perché potessero fermarsi ed udire la voce di Dio.

Tu potresti dirmi: “Marco, ma tutto questo, cos c'entra con noi, oggi?”

Se è  questo che stai pensando, la voglio prendere “alla larga”: a chi pensi si affidino le persone al giorno d'oggi?  Rispondi dentro di te.

Hai risposto mentalmente? Bene! Allora stringo un po' l'ambito: a chi pensi le persone CREDENTI si affidino al giorno d'oggi?

Perché vedi, Michea parlava a coloro che erano stati credenti di una “piaga” che si spandeva  come una macchia d'olio.

“Visione che egli ebbe riguardo a Samaria e a Gerusalemme...La sua piaga infatti è incurabile; si estende fino a Giuda e giunge fino alla porta del mio popolo, fino a Gerusalemme” (Michea 1:1)”

Samaria era al nord, e  non era parte del popolo di Dio;  aveva i propri culti, i propri dei, le proprie tradizioni;  ma lentamente stavano “colando” come un barattolo di vernice bucata  verso Israele, che si stava man mano impregnando di quelle usanze,  di quei riti vuoti e inutili, di quei dei farlocchi.

Cosa è Samaria, oggi? Il mondo materialistico che esce fuori dalla tv e dagli smarthphone, dalla società del consumo, dove tu sei ciò che hai, dove ti serve “la raccomandazione” del potente per sentirti protetto.

La scorsa settimana Jean ci ha incoraggiato ad essere parte NEL mondo senza essere parte DEL mondo, ad essere il sale che esalta gli altri gusti, non a diventare lo stesso impasto che forma la pietanza che mangia il mondo.

Anche ai giorni nostri  il barattolo bucato di Samaria ha raggiunto Gerusalemme.  Il laico mondo si è talmente infiltrato nel mondo cristiano  che le azioni di quelli nella chiesa e di quelli nel mondo  sembrano assolutamente simili.  Dove l'immoralità è giustificata.  Dove la fiducia nel potere e nella potenza umana viene messa al di sopra della fiducia in Dio.  Dove c'è un falso senso di sicurezza  perché abbiamo dietro “uno potente”... ma che non è più Dio, ma l'amico potente, il politico, il capo, il boss...

Sono sempre meno i profeti nudi che ululano e mugghiano, sempre più quelli che adattano le loro prediche al “politicamente corretto”. Il che non è un bene.

Perché, se la volete sapere tutta, il “potente” a cui Acaz aveva affidato la sua sorte, l'Assira, si rivolterà contro Israele cercando di conquistarlo, e solo la fedeltà a Dio del re Ezechia farà si che Israele la scampi.

“Si, ma io che c'entro, Marco?  Il compito di ululare nudi spetta ai profeti, ai pastori... a te, insomma!”

Sai, Dio per raggiungere tutti nel mondo, non ha dato il suo messaggio ad una ristretta cerchia di gente, di “addetti ai lavori”, ma a tutti i credenti:

“Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra.” (Atti 1:8)

Vedi bene cosa ti sta dicendo Gesù: invece di attendere che la vernice di Samaria coli su di te, con tutti i suoi vizi, la religione di facciata, i compromessi, invece di stare fermo o ferma ad attendere, sei tu che devi alzarti, ed andare in Samaria, per essere TESTIMONE di Gesù, per portare il suo colore nella vita degli altri.

Sai come suona la parola “testimone” nella lingua in cui Luca a scritto Atti?  In greco è la parola μάρτυς martys: ti suona familiare? Noi usiamo quel nome per indicare chi è morto per portare il messaggio di Cristo al mondo: “martire”.

In molti luoghi ancora oggi, in Afghanistan, in Corea, in Sudan, in Cina essere testimone di Cristo  significa essere anche votato al martirio; per me e per te, no!

Cosa ti sta chiedendo dunque Dio? Di ululare nudo in mezzo alla strada? Probabilmente no. Ricorda, ora hai la potenza dello Spirito Santo in te che Michea non aveva.  Dio ti fa, semplicemente, due domande.

La prima è questa: “In cosa riponi la tua fiducia? Nell'alleato potente? Nell'assiro di turno? Oppure nella MIA potenza?” Paolo e Pietro hanno riposto la loro fiducia in quella potenza che ha risuscitato Gesù dalla tomba.

“Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno”.( Romani 8:28) 

“Affidate a lui tutte le vostre preoccupazioni ed ansietà, perché siete importanti per lui.” (1 Pietro 5:7 PV)

“Il Signore mi libererà da ogni azione malvagia e mi salverà nel suo regno celeste. A lui sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.” (2 Timoteo 4:18)

La seconda domanda che Dio ti fa è questa:  “Testimonierai di mio Figlio in Samaria?” E' la stessa domanda che Paolo poneva ai Romani:

“Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c’è chi lo annunci?” (Romani 10:14)

Non serve più un profeta nudo che ululi e mugghi, ma un figlio, una figlia salvata che testimoni la sua nuova vita in Cristo attraverso la potenza dello Spirito Santo che è disceso in te ed in me nel momento che abbiamo accettato Cristo nelle nostre vite.

Tu ed io siamo chiamati ad essere il  Michea,  vestito che non ulula ma parla e testimonia della potenza che sta nella croce perché le persone ritornino a Dio e fissino i loro occhi non sul mondo, ma su Cristo.

Preghiamo. 

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26 settembre 2021

Sale e Luce: come camminare saggiamente in questo mondo | 26 Settembre 2021 |

Cosa è sacro e cosa no? E davvero i credenti dovrebbero evitare qualsiasi contatto con il mondo "secolare"? Dio ci ha messi su questa Terra per essere "sale e luce" del mondo. Non per evitare di parteciparvi, ma per esaltarne i suoi sapori.
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Predicatrice: Jean Guest
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Tempo di lettura: 11 minuti
Tempo di ascolto audio/visione video: 43 minuti

Il 28 giugno 2019 un uomo salì su un palco di fronte a un folla di 200.000 persone  dando un messaggio del Vangelo. 

Vediamo come:


Per chi non lo conoscesse, questo è  la star britannica  della musica "grime" (non ti aspettare  spieghi cosa sia, non ne sono capace) Stormzy mentre si esibisce al più grande festival musicale del mondo preso Glastonbury, cantando una canzone chiamata ” Blinded by your Grace” “Accecato dalla tua Grazia”. Il ritornello dice: 

" Signore, sono stato a pezzi. Anche se non sono degno mi hai aggiustato, Sono accecato dalla tua grazia Sei venuto e mi hai salvato ”.

E' divenuto famoso nell'essere l'attrazione principale del festival come primo solista nero. Ecco come un giornale nazionale  ha riportato la sua esibizione “Non sarà dimenticato nella storia di Glastonbury - passerà nella storia  culturale del nostro paese”.

Stormzy è credente: la sua musica è provocatoria, politica, parla di questioni di giustizia a volte con un  linguaggio che potrebbe scioccarci, è radicato in una sottocultura che può a volte sembrare contraria a tutto ciò che diremmo sia cristiano. 

Mentre la stampa mondiale lo applaudiva,  la stampa cristiana si chiedeva: "E' corretto per un musicista che si definisce cristiano dire parolacce in musica?”

E tu, cosa ne pensi? Trovi che questo onori o disonori Dio ? Vedi, io ho pianto la prima volta che l'ho visto, e spesso mi capita ancora, perché non è solo splendida musica... ma, guarda a tutti quei giovani  tra la folla che cantano di Gesù!  Pochissimi lo conoscono, ma stanno cantando le sue lodi.

La chiesa, i credenti possono reagire in modo eccessivo per cose del genere quando credono che esistano cose sacre e cose profane e che i due livelli non possano mai incontrarsi; è un modo di pensare noto come "dualismo". 

Il "dualismo" è in realtà un'opzione facile; una sorta di scappatoia religiosa. È sempre più facile etichettare le cose che capirle smistando le scatole della nostra vita in “sante”  e “empie” come  proprietari di casa che si preparano a traslocare.

La divisione sacro/profano non è un concetto biblico; è comparso durante il periodo dell'Illuminismo da non credenti che volevano mettere da parte Dio. Per molti aspetti l'Illuminismo è stata una buona cosa e ne sono derivati alcuni dei nostri ideali moderni , ma separava la chiesa dallo stato, il  che portava a una visione di un Dio che non ha nulla da fare con la vita di tutti i giorni, perché è "laica". 

Questo è un pensiero che Paolo, Pietro, Giacomo, Lidia o Febe non riconoscerebbero., ma direbbero invece:

“È in lui (Dio), infatti, che noi viviamo, che ci muoviamo, che esistiamo!” (Atti 17:28 PV)

Forse stai pensando: “I credenti sono nel mondo, ma non del mondo”. OK, scaviamo un po' più a fondo in questa scrittura che ho sentito usare la maggior parte delle volte  per  dividere "sacro" da "profano".

“Io ho dato loro la tua parola; e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno.  Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.  Santificali nella verità: la tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anch’io ho mandato loro nel mondo.” ( Giovanni 17:14-18)

È verissimo che Gesù dica chiaramente “non appartengono al mondo”; infatti lo dice due volte al versetto 14 e di nuovo nel versetto 16. Ma questo è il punto di partenza, non la destinazione. Siamo diversi, siamo un popolo eletto, un popolo santo, noi apparteniamo a Dio e non al mondo. Ma, guarda che Gesù non dice “in tal caso toglieteli dal mondo”; al contrario, dice al versetto 18 “io ho mandato loro nel mondo.”. 

In qualche modo abbiamo trasformato l'essere mandati in un peso che dobbiamo sopportare. “Oh...  siamo dentro il mondo” (sospirando), “E' pieno di cose che disapproviamo”(sospirando), “Dovremmo evitarlo a tutti i costi”. Ma niente di tutto questo è implicito in questi versetti; Gesù ci invia come “persone di verità” e sotto la protezione di Dio (versetti 17 e 15).

I pastore sudafricano Trevor Hudson, leader nella formazione spirituale ha detto: 

“Comprendere la relazione di Dio con il mondo ha cambiato  profondamente la mia comprensione di una vita seguendo Cristo. Non è più incontrare Colui che è Santo solo in  particolari  luoghi, in tempi speciali e in certi stati d'animo. La sua presenza viva pervade tutte le cose e ogni esperienza, e aspetta solo di essere invocata. Ovunque ci troviamo, è terreno sacro.”

Se la nostra posizione quando affrontiamo le questioni del mondo è  di paura e di difesa,  direi che non abbiamo capito due cose.

Uno: non abbiamo capito che tutti sono fatti nel immagine di Dio e che ogni singolo essere umano ha in se  qualcosa del divino.

“Poi Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina. Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra».” (Genesi 1:26-28)

Cosa significa essere fatti a immagine di Dio? Il Pastore Bruxy Cavey, insegnante presso The Meeting House in Canada dice che dobbiamo pensare a quattro R per capire in quale modo siamo portatori della sua immagine:

Ricreare - Regolare - Rivelare - Relazionare

La R numero uno è che abbiamo la capacità di ricreare, non solo  noi stessi attraverso i bambini, ma abbiamo la  capacità di ricreare la bellezza che essenzialmente vediamo e ascoltiamo nella Creazione. Non sono solo dipinti di paesaggi, ma colore, forma, espressione, emozione. E l'estetica importa a Dio.  Dai un'occhiata alle sue istruzioni per la realizzazione del Tabernacolo in Esodo 26;  doveva essere realizzato da maestri artigiani utilizzando il legno, il metallo e la stoffa più pregiata.

Seconda R: regolare. Ne ho parlato qualche settimana fa  spiegando che Dio ha dato autorità sulla Creazione governando su di essa: noi siamo (o dovremmo essere) coloro che “regolano” la Creazione.

Terza R; riveliamo il Creatore, portiamo la sua immagine. Il racconto  di Gesù in Marco 12 sul pagare a Cesare ciò che è di Cesare ha senso solo se,  quando guardiamo agli esseri umani,  noi vediamo qualcosa di Dio:

“Gli mandarono alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo nel parlare. Arrivati, gli dissero: «Maestro, noi sappiamo che tu sei sincero e che non hai riguardi per nessuno, perché non badi all’apparenza delle persone, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare? Dobbiamo pagare o non dobbiamo pagare?» Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché mi tentate? Portatemi un denaro, ché io lo veda». Essi glielo portarono ed egli disse loro: «Di chi è questa effigie e questa iscrizione?» Essi gli dissero: «Di Cesare».Allora Gesù disse loro: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Ed essi rimasero completamente meravigliati di lui.” (Marco 12:13-17)

"Di chi è questa immagine?" chiede guardando la moneta: "Di Cesare". "Quindi dai a Cesare ciò che è suo. ". Per dare a Dio ciò che gli appartiene allo stesso modo noi dobbiamo dare a lui le cose che recano la sua immagine: tu, io, loro.

R finale: siamo essere relazionali. Uno dei miei poeti preferiti disse: "Nessun uomo è un'isola". Siamo creati da un essere che è in una relazione di 3 in 1. Non solo abbiamo bisogno di lui, ma noi abbiamo bisogno l'uno dell'altro.

La seconda cosa che non abbiamo capito è che...

“...egli ha perfino messo nei loro cuori il pensiero dell’eternità...” ( Ecclesiaste 3:11) 

C'è qualcosa nell'essere umano che ha al suo centro la ricerca del divino. Vorrei leggere assieme a voi una preghiera:

Preghiera del fuoco

Possa il fuoco essere nei nostri pensieri rendendoli veri, buoni e giusti, ci protegga dal maligno. 

Possa il fuoco essere nei nostri occhi; possa aprire i nostri occhi per condividere ciò che è buono nella vita. Chiediamo che il fuoco ci protegga da cosa non è nostro di diritto. 

Possa il fuoco essere sulle nostre labbra, così che possiamo dire la verità con gentilezza; che possiamo servire e incoraggiare gli altri.

Possa proteggerci dal parlare male.

Possa il fuoco essere nelle nostre orecchie.

Preghiamo per poter ascoltare con un ascolto profondo e profondo affinché possiamo udire il flusso dell'acqua e di tutta la creazione. E il sogno.

Che possiamo essere protetti dai pettegolezzi e dalle cose che danneggiano e distruggono la nostra famiglia.

Possa il fuoco essere nelle nostre braccia e nelle nostre mani affinché possiamo essere di servizio e costruire l'amore.

Possa il fuoco proteggerci da ogni violenza. Possa il fuoco essere in tutto il nostro essere - nelle nostre gambe e nei nostri piedi, permettici di camminare sulla terra con riverenza e cura.

Perché possiamo camminare nelle vie del bene e della verità ed essere protetti dall'allontanarsi da ciò che è verità.

Questa preghiera dei Primi Popoli dell'Australia è di 40.000 Anni. Esisteva 25.000 anni prima che Abramo fosse chiamato a camminare con Yahweh. Non fraintendermi, io  non sto sostenendo il pluralismo religioso, sto sottolineando la verità del versetto di Ecclesiaste. 

Prima dell'inizio della nostra fede gli esseri umani erano già fatti a immagine di Dio;  JRR Tolkien ha detto:

“Siamo venuti da Dio, e inevitabilmente i miti intessuti da noi, anche se errati, rifletteranno anche un frammento scheggiato della vera luce, la verità eterna, che  è con Dio.” 

Una volta sapevamo cosa significasse vivere in sua presenza, ma abbiamo fatto un casino e la conseguenza di ciò è che noi siamo incasinati. Gli esseri umani sono sia  “gloriosi" che  "sanguinosi”.

Abbiamo la capacità di creare grandi opere d'arte, costruire architetture incredibili, raggiungere stelle ... ma anche  trovare nuovi  modi per torturare altri esseri umani. Viviamo  una vita "dopo l'Eden".

Penso quindi che le cose di questo mondo riflettano sia il glorioso che il sanguinoso della nostra umanità. E come credenti dobbiamo trovare un modo per navigare attraverso il chi e il cosa usando il discernimento (sto usando la definizione più elementare, e qui significa la capacità di discernere la verità dall'errore) e per capire che tutti abbiamo diverse vulnerabilità. 

Ho un'amica che ha la tendenza ad ubriacarsi pesantemente, e quindi non beve;  non mangia neppure un dolce se c'è dell'alcool in esso. Io posso vivere con un armadio pieno di liquori senza pensarci per mesi. D'altro canto io sono una donna single che deve vivere contenta come una donna single, e quindi non guardo programmi tv come "Sex in the City" o "Sex Education"; programmi del genere mi fanno sentire insoddisfatta, facendomi chiedere se forse non dovrei mettere da parte la mia bussola morale. 1 Corinzi 10:23 ci dice:

“Ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa è utile; ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa edifica.” ( 1 Corinzi 10:23)

Ognuno di noi ha una vulnerabilità diversa. Se qualcosa è un ostacolo al nostro cammino cristiano, allora dovremmo abbandonarlo, accettando però che potrebbe non essere necessario per gli altri.

“Quindi, fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri.” (Filippesi 4:8)

Queste caratteristiche non sono esclusivamente cristiane. Come abbiamo visto prima, se crediamo che le persone siano fatte ad immagine di Dio allora almeno qualcosa, sia che sia fatta nel suo nome o no, rifletterà quella verità.

Tra le persone eccellenti e degne di lode io includo Bruce Springsteen; forse tu no. Per me di sicuro è incluso Shakespeare; forse non per te. A me piace il programma televisivo "The West Wing"; forse a te no. Solo perché qualcosa non menziona Gesù, o Dio, non lo fa automaticamente provenire dal diavolo, questo sarebbe dargli troppe capacità. 

Questi versetti  che ho citato si trovano nel mezzo di un discorso dove Paolo  parla di vivere in pace. Viviamo in pace quando siamo sicuri di chi seguiamo e possiamo discernere la differenza tra il glorioso e il sanguinoso.

Ora faremo un esperimento (per quelli guardando a casa possono provalo più tardi); voglio che qualcuno assaggi  questa banana. Bene? Ora assaggia questo altro pezzo di banana. Ha un sapore ancora più intenso di  banana, non è vero. Sai perché? Perché ci ho messo su del sale. 

Quando pensiamo a Gesù che dice “voi siete il sale del terra” spesso pensiamo che riguardi noi che ci impegniamo a mettere  una pietanza "dentro" al piatto, non "sopra" ad altre pietanze. Ma il fatto è che il sale esalta gli  altri sapori;  rende la banana più banana. Questo è come la bibbia “The Message” traduce Matteo 5:13

“Lascia che ti dica perché sei qui. Sei qui per essere il condimento il sale che esalta i sapori di Dio di questa terra. Se perdi la tua sapidità, come farà la gente ad assaporare la fragranza divina? (Matteo 5:13 MSG)

Come possiamo tirare fuori i sapori di Dio se evitiamo di essere nel mondo e nelle sue cose? I miei ringraziamenti al poeta Gerard Kelly per averlo sottolineato:

"Se il teatro e  il giocare a carte sono al di fuori dell'ambito del Regno, allora non affronteremo mai il duro lavoro di scoprire cosa significhi essere obbedienti a Dio in queste attività. Se la nostra la 'vita lavorativa' non fa parte della nostra 'vita di chiesa' allora non avremo mai bisogno di lottare con le questioni di etica, giustizia  che si dispiega intorno a noi ogni giorno. Al contrario, la decisione di cercare il Regno in tutti questi ambiti comporterà   il duro compito di svelare le loro complessità e capire cosa richieda da noi la regola di Dio. Cercare il Regno in ogni ambito non ci libera dal gancio dell'obbedienza; ci trafigge proprio su di esso. Il sale della gente del regno stilla (esce) da loro in mezzo a situazioni complesse, pressanti e difficili”.

Come dice il pensatore cristiano Philip Yancy, 

"Quando guardiamo oltre l'ovvio possiamo trovare scorci dell'eterno - tracce di dove è Dio, in un certo senso le sue impronte .”

Cammina saggiamente e seguilo. 

Amen.

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19 settembre 2021

Cosa stai misurando? | 19 Settembre 2021 |

Cosa stai misurando per sapere se la tua vita è felice? Le tue sofferenze comparate con quelle degli altri, le cose che hai o non hai rispetto agli altri, o il rapporto che hai con il tuo Creatore, e le benedizioni del Regno che Dio ti assicura attraverso Gesù?
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Oggi vorrei parlarvi di “misure”? Come fai a misurare una cosa? Di solito, prendi un metro! E se non hai un metro?

Al negozio dove lavoro spesso mi capita di dimenticare il metro quando vado a tagliare qualcosa, tipo un tubo per l'acqua. Piuttosto che tornare indietro a prenderlo poggio il tubo da tagliare contro un'altra cosa di cui conosco la lunghezza, tipo un ripiano di uno scaffale che so essere lungo un metro.

Cosa ho fatto? Ho usato una cosa per misurare un'altra cosa. Tenete a mente questo esempio, e ci ritorneremo tra un attimo.

La scorsa settimana abbiamo visto  come Adamo ed Eva  hanno scoperto di essere nudi. C'è un altro libro dove il protagonista a un certo punto della sua vita si accorge di essere nudo.

“Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra...”. (Giobbe 1:21)

Il libro di Giobbe pare sia il più antico della Bibbia, ovvero il primo libro (non Genesi), e ci parla di un uomo ricco, che, ad un certo punto della sua vita, si trova a perdere tutto quello che ha:

“C’era nel paese di Uz un uomo che si chiamava Giobbe. Quest’uomo era integro e retto; temeva Dio e fuggiva il male. Gli erano nati sette figli e tre figlie;  possedeva settemila pecore, tremila cammelli, cinquecento paia di buoi, cinquecento asine e una servitù molto numerosa. Quest’uomo era il più grande di tutti gli Orientali.” (Giobbe 1:1-3)

Giobbe era ricco sfondato: tutti lo conoscevano Non solo per i suoi soldi,  ma anche per il tipo di persona che era.

“L’orecchio che mi udiva mi diceva beato; l’occhio che mi vedeva mi rendeva testimonianza, perché salvavo il misero che gridava aiuto e l’orfano che non aveva chi lo soccorresse. Scendeva su di me la benedizione di chi stava per perire, facevo esultare il cuore della vedova. La giustizia era il mio vestito e io il suo; la rettitudine era come il mio mantello e il mio turbante. Ero l’occhio del cieco, il piede dello zoppo; ero il padre dei poveri, studiavo a fondo la causa dello sconosciuto.  Spezzavo la ganascia al malfattore, gli facevo lasciare la preda che aveva fra i denti.” (Giobbe 29:11-17)

Era ricco, ma era anche giusto; ma soprattutto era un uomo di Dio, che faceva del benessere spirituale suo e della sua famiglia una priorità.

“I suoi figli erano soliti andare gli uni dagli altri e a turno organizzavano una festa; e mandavano a chiamare le loro tre sorelle perché venissero a mangiare e a bere con loro. Quando i giorni della festa terminavano, Giobbe li faceva venire per purificarli; si alzava di buon mattino e offriva un olocausto per ciascuno di essi, perché diceva: «Può darsi che i miei figli abbiano peccato e abbiano rinnegato Dio in cuor loro». Giobbe faceva sempre così.” (Giobbe 1:4-5)

Ma, un brutto giorno, tutto questo, in una sola mattina, crolla:

“I buoi stavano arando e le asine pascolavano là vicino,  quand’ecco i Sabei sono piombati loro addosso e li hanno portati via; hanno passato a fil di spada i servi; io solo sono potuto scampare per venirtelo a dire. Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: «Il fuoco di Dio è caduto dal cielo, ha colpito le pecore e i servi e li ha divorati; io solo sono potuto scampare per venirtelo a dire». Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: «I Caldei hanno formato tre bande, si sono gettati sui cammelli e li hanno portati via; hanno passato a fil di spada i servi; io solo sono potuto scampare per venirtelo a dire».  Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: «I tuoi figli e le tue figlie mangiavano e bevevano vino in casa del loro fratello maggiore; ed ecco che un gran vento, venuto dall’altra parte del deserto, ha investito i quattro canti della casa, che è caduta sui giovani; essi sono morti; io solo sono potuto scampare per venirtelo a dire».” (Giobbe 1:14-19)

Cosa avresti fatto tu, come credente, davanti alla completa rovina della tua vita? Magari hai vissuto, o stai vivendo qualcosa di molto più piccolo, ma ugualmente penoso, e difficile da accettare.

Un posto di lavoro perso.  Il non avere abbastanza soldi per vivere.   Una malattia tua o di un tuo caro.  Una unione che si dissolve.   Un lavoro perso o che non arriva.  La solitudine. L'incomprensione. Cosa fai?

Tutti noi abbiamo una nostra lista, vero? E se ce le raccontiamo, vedrete che prima o poi, saremo tentati di “misurare” le nostre liste di dolori con quelle degli altri, per scoprire o che il male altrui è più grande ed esserne confortati, o è più piccolo, e aspettare che siano gli altri a confortarci.

Circa dieci anni fa stavo rientrando a casa dall'allenamento di rugby,  tutto allegro e pimpante,  e, nel tragitto verso casa, provai a telefonare  a mia moglie Janet  per chiedergli qualcosa,  ma trovavo costantemente occupato. 

Arrivai a casa, dimostrandomi irritato  dal fatto che lei fosse rimasta al telefono per tutto quel tempo, impedendomi di parlagli.  “Marco – mi disse – ero al telefono con mia sorella Chris... Ha un tumore... aggressivo... terzo stadio... incurabile.”

Sapete, la tentazione in questi casi è quella di dire: ”Perché a lei?"

Qualche sera prima a rugby,  avevo ascoltato lo sfogo di un amico  il cui matrimonio era in crisi;  temeva di essere abbandonato dalla moglie  e forse  temeva ci fosse un altro uomo di mezzo:  “Marco, la mia vita finisce, se mia moglie mi lascia:  perché doveva capitare a me?” 

Il problema del mio amico,  con un matrimonio sull'orlo del baratro,  diventava NULLA in confronto al tumore terminale di Chris.

Vi ricordate l'esempio dell'inizio, vero? Quando al negozio non ho un metro con me uso qualcosa di cui conosco la misura per misurare l'altra cosa che ho in mano. Anche col dolore succede lo stesso.

Per misurare quello degli altri, prendo come riferimento il mio, lo avvicino, lo sovrappongo per scoprire se è più o meno grande del mio. “Vediamo chi ha la sofferenza peggiore.  Chi vince può lamentarsi.  Chi perde sopporti e stia zitto perché se la cava più facilmente dell'altro” Questa si chiama “teologia del dolore comparato”.

All'amico col matrimonio in crisi avrei voluto dire: “Vieni un momento con me e guarda cosa sta passando mia cognata.  Lascia che ti mostri com'è la vera sofferenza". Ma l'amico  aveva una sua prospettiva,  io la mia, e nessuno dei due sarebbe stato meglio misurando un dolore sull'altro.

Ma qualche giorno dopo, sempre all'allenamento di rugby,  seppi che uno dei giocatori della prima squadra aveva perso il bambino tanto atteso per una leucemia fulminante.  Lo cercai per dargli un abbraccio e dirgli... cosa?    Cosa avrei potuto o dovuto dire in quel momento?

Comparare la mia situazione di fronte alla sua sofferenza?  “Il tuo dolore è più grande del mio, che perdo SOLO la cognata.”?  Non lo dissi, ma lo pensai. “Marco – mi disse piangendo – tu sei pastore... Perché a me?”

Se avvicinavo i tre dolori, quello di una cognata terminale, di un matrimonio finito, e di un figlio nato da poco e morto, chi avrebbe vinto tra noi? Chi avrebbe avuto ragione di lamentarsi di più e chi di essere consolato per aver “vinto la gara” rispetto agli altri?

Il problema è che,  la teologia del dolore comparato, non funziona. Questo Giobbe lo sapeva, e, da uomo di Dio, saggio, ce lo mostra:

“Allora Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo, si prostrò a terra e adorò dicendo:  «Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra; il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore».  In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nessuna colpa.” (Giobbe 1:20-22)

La frase che ricorre de volte nel libro è “Non peccò” Giobbe non pecca, non addebita il male a Dio e “compara” il suo male a nessun altro, ma dice una cosa ben più saggia:

“Io sono nato nudo, senza nulla, e quando morirò sarò nudo ancora, senza nulla. Tutto quello che c'è in mezzo non è mio, ma mi è dato. E se non è mio, è di chi lo ha creato, e me lo ha concesso in comodato d'uso gratuito, non perché sono “più fico di altri”, ma perché così è. Qualunque cosa accada, confido nel Signore per la mia vita.”.

Non lo sfiora l'idea di un Dio malvagio che lo sta punendo, e neppure la teologia del dolore comparato: 

“Sua moglie gli disse: «Ancora stai saldo nella tua integrità?  Ma lascia stare Dio e muori!»  Giobbe le rispose: «Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?» In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.” (Giobbe 2:8-10)

La parola tradotta con “lascia stare”  (in altre versioni è tradotta con “maledici Dio, benedici Dio, bestemmi Dio, rinuncia a Dio) è  ְבָָרַך  ḇaraḵ, il cui primo significato è “inginocchiarsi”. Giobbe è arrabbiato, e la chiama “stolta”  e non capisce che la moglie gli sta suggerendo  la giusta visione del problema: “Giobbe, inginocchiati a Dio,  perché con tutto quello che ti è accaduto Dio c'entra poco o niente”.

Ritorniamo alla nostra “misurazione”: se nulla è mio su questa terra, se tutto mi è stato dato “in comodato d'uso gratuito”, se non mi sono “meritato” niente, ma tutto è un dono, cosa sto a misurare cose non mie? Se fosse mio potrei dolermene e bestemmiare per quel che m'è stato tolto ma siccome non è mio, debbo solo accettare che la vita è così. Non ci sono dolori “comparabili”, e comparare i dolori non mi aiuta per nulla ad affrontarli.

Questo significa che non devo chiedere a Dio che intervenga? Assolutamente no: Gesù stesso dice:

“Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto;  perché chiunque chiede riceve; chi cerca trova, e sarà aperto a chi bussa. Qual è l’uomo tra di voi, il quale, se il figlio gli chiede un pane, gli dia una pietra? Oppure, se gli chiede un pesce, gli dia un serpente? Se dunque voi, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre vostro, che è nei cieli, darà cose buone a quelli che gliele domandano!” (Matteo 7:7-11)

Allora, se siamo retti, e non rinneghiamo il Signore non ci accadrà nulla di brutto, vero? Se leggete il libro vedrete che, ad un certo punto Dio risponderà proprio a Giobbe dicendogli che l'uomo non potrà mai capire perché succedono le cose La natura del mondo è una natura caduta, il male accade; fa parte del gioco.

Tutto dipende se viviamo per quello che abbiamo credendolo “nostro” o se viviamo utilizzando quello che abbiamo sapendo che eravamo nudi e nudi torneremo al Padre.

Dipende, anche qui,  da cosa stiamo misurando,  oltre al male.

Come misuriamo la nostra vita? Misuriamo la nostra ricchezza o la mancanza di essa. La nostra salute, o la mancanza di essa.  Misuriamo chi siamo e chi non siamo.

Paolo stesso, ad un certo punto della sua vita si mise a misurarla e vide che sarebbe stata meglio senza un determinato problema, una “spina nella carne”... e chiese gli fosse tolta. Conoscete la risposta di Dio, vero?

“E perché io non avessi a insuperbire per l’eccellenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affinché io non insuperbisca. Tre volte ho pregato il Signore perché l’allontanasse da me; ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me.” (2 Corinzi 12:7-9)

La risposta non è “No”. La risposta è: “Non misurare ciò che hai o che non hai, misura la quantità di grazia che ti sto dando, e, credimi, quella è più che sufficiente.”

Giobbe e Paolo si fidavano, nonostante i dolori, le sofferenze e i “perché proprio a me?”. . Si fidano perché non misuravano la loro vita  in base a ciò che avevano.

Non sono caduti nella trappola della teologia  della sofferenza comparata.  Una sofferenza comparata in cui misuriamo la vita  in base a ciò che abbiamo  o che che ci è stato tolto rispetto ad altri.

Jonnie Erickson Tada è tetraplegica e lo è da quando aveva 18 anni  quando si è tuffata in mare e si è rotta il collo in acque poco profonde.  Ora ha 70 anni. Una volta le è stato chiesto:  "Cosa dirai a Dio quando lo vedrai?" La sua risposta è stata:  "Ripiegherò la mia sedia a rotelle, la consegnerò a Gesù e dirò: 'Grazie, ne avevo proprio bisogno'". 

Perché misuriamo “male”? Nello sbagliare misurazione, molto ci mettiamo del nostro, ma il libro di Giobbe ci dice che c'è qualcuno che ci aiuta in questo:

“Il Signore disse a Satana: «Hai notato il mio servo Giobbe? Non ce n’è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Dio e fugga il male». Satana rispose al Signore: «È forse per nulla che Giobbe teme Dio? Non lo hai forse circondato di un riparo, lui, la sua casa e tutto quel che possiede? Tu hai benedetto l’opera delle sue mani e il suo bestiame ricopre tutto il paese. Ma stendi un po’ la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia».” (Giobbe 1:8-11)

Fondamentalmente Satana sta dicendo: “Toccagli quello che ha, e lui misurerà la sua vita su ciò che gli manca non sul suo rapporto con te.”

Il nemico è sempre l'autore del male?  No. Talvolta lo è, molto meno di quanto si pensi. Ma è SEMPRE una cattiva voce che, quando il male arriva, e lui magari quella volta non c'entra niente, ti fa prendere le misure sbagliate; ti sussurra “Dio non ti ama”, “Dio ce l'ha con te”, “Dio non esiste”.

Capiamoci, Satana non è interessato a ciò che abbiamo o non abbiamo.  Non gli importa se abbiamo una macchina nuova di zecca o una vecchia carriola.  Non gli importa se siamo sani o malati.  Non gli importa se siamo poveri o ricchi. Anche lui sa che tutto questo è temporaneo, ed è per un breve tempo.

A Satana interessa il lungo termine; l'eternità. Per questo. vuole che tu distolga gli occhi da  Dio  e vuole che ti concentri solo su te stesso, su ciò che hai o che non hai, per portarti lontano dal Padre.

Satana  vuole che tu dimentichi il quadro generale  e ti metta a guardare ciò che è insignificante. Il quadro generale è questo: 

“Cercate prima il regno {di Dio} e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più.” (Matteo 6:33)

Cosa stai misurando, nella tua vita, adesso? Stai cercando di vedere se i tuoi problemi sono più grandi o più piccoli di quelli degli altri, per trarne conforto o per cercare di essere confortato dagli altri?

Oppure stai misurando quello che hai, o che non hai, pensando che è quella la cosa importante della tua vita?

Se in Cielo ci fosse oggi un colloquio come quello che leggi in Giobbe, cosa direbbe Dio di te?

«Hai notato il mio servo (metti il tuo nome) ? Non ce n’è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Dio e fugga il male»

Vorresti essere nominato? Vorresti essere nominata? La fedeltà, alla fine, pagherà Giobbe:

“Quando Giobbe ebbe pregato per i suoi amici, il Signore lo ristabilì nella condizione di prima e gli rese il doppio di tutto quello che già gli era appartenuto.” (Giobbe 42:10)

Quando accadrà per te? Non posso dirtelo, non lo so; forse qua in terra, ma di sicuro in Cielo.

“Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore”. (Matteo 25:23)

Cosa stai misurando? Le tue sofferenze comparate, o le benedizioni del Regno  che Dio ti assicura attraverso Gesù?

Preghiamo.

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12 settembre 2021

Sperimentare Dio nel quotidiano: l'Ospitalità | 12 Settembre 2021 |

Cosa significa essere ospitale" per un credente? Significa solo offrire del cibo ed un posto dove consumarlo? Gesù ci chiede di fare della nostra ospitalità un ponte che raggiunga le persone per farle sentire accolte, accettate, desiderate... e per dargli una vera casa a cui appartenere.
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Predicatrice: Jean Guest
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Tempo di lettura: 11 minuti
Tempo di ascolto audio/visione video: 42 minuti

Un pastore, molto tempo fa, agli inizi del 2000, scrisse queste parole:

"Sono stato benedetto da una moglie con un vero dono per l'ospitalità. Questo è un settore in cui le mogli cristiane possono essere meravigliosamente utilizzate per la gloria di Dio e l'avanzamento del suo regno".

Continua dicendo:

“Le donne cristiane eccellono nei doni per l'ospitalità e sono responsabili di impegnarsi fedelmente nell'ospitalità”.

Sono sicura che, ad un certo punto siamo tutti finiti a pensare che l'ospitalità riguardi il fatto di fornire cibo, magari con l' aggiunta di un ambiente gradevole per accompagnarlo. 

Ma lui, e noi, sbagliamo se ci fermiamo là. Se la nostra comprensione dell'ospitalità è semplicemente l'offerta di uno spazio accogliente e del cibo (per quanto importanti essi possano essere) allora non stiamo pensando in modo particolarmente biblico, perché questa definizione in primo luogo, non è unicamente cristiana:  le comunità (indiane) Sihk sono rinomate per la loro ospitalità, sono generosissimi nel modo in cui offrono un pasto a chiunque venga al gurdwara (il loro tempio); in secondo luogo, implica una relazione temporanea tra chi ospita e chi viene ospitato, dove si sta assieme solo mentre stiamo mangiando; e in terzo luogo, nega l'appello a tutti di essere ospitali , non solo le donne.

L'apostolo Pietro scrive:

“Siate ospitali gli uni verso gli altri senza mormorare.” (1 Pietro 4:9)

Tornerò più tardi sul "senza mormorare".

Sin dal principio, quando Abramo andò ben oltre per ospitare tre forestieri, per poi passare ai comandamenti di  Levitico circa l'accoglienza, e ad Isaia che rimprovera il popolo per aver dimenticato com'è la vera ospitalità, per finire nel Nuovo Testamento dove vediamo l'esempio di Gesù e troviamo degli insegnamenti sull'argomento, la Bibbia è molto chiara: l'ospitalità è importante.

Quindi qual'è la definizione biblica di ospitalità?

La parola della Bibbia "φιλοξενία philoxenia significa letteralmente “amore per gli estranei”

L'ospitalità biblica deriva da un profondo rispetto per gli altri; è radicata nell'amore e si manifesta attraverso l'invito. Essa ha tre caratteristiche distinte: accoglienza, accettazione e appartenenza.

1. Benvenuto

Diamo un'occhiata alla prima caratteristica dell’accoglienza.

Questa bella icona dipinta nel XV secolo da Andrej Rubelev è una  deliziosa finestra  sul carattere di Dio e sull'accoglienza che estende a tutti noi.

Il personaggio a sinistra in oro è il Padre - l'oro che simboleggia la perfezione. Al centro c'è il Figlio. Notate che ha due dita allungate che simboleggiano lo spirito e il fisico uniti e i colori blu e rosso rappresentano l'incarnazione e il sacrificio. Poi a destra c'è lo Spirito e questa figura ha la mano tesa in segno di benvenuto. 

Tra di loro sul tavolo c'è una ciotola comune (per la condivisione). Appena sotto si può vedere un rettangolo e gli storici dell'arte hanno scoperto che questa forma era appiccicosa ,il  che li ha portati a supporre che in origine lì c'era uno specchio, in modo che quando si guardava l'icona si completava il cerchio d è come se ci si fosse seduti nel posto vuoto.

Il nostro Dio è un dio dell'invito. Ricordate qualche settimana fa quando parlavamo della creazione? Abbiamo visto che Dio ci ha creati perché vuole stare con noi, con tutti noi. Pensate a tutti i modi in cui la Bibbia parla di come lui ci invita - vieni se sei stanco, vieni se hai sete, vieni se hai fame, vieni per il perdono, vieni se vuoi essere risanato, vieni se stai cercando, vieni a casa se ti sei perso.

Dio ci invita sempre, sempre a stare con lui; non c'è nessuna condizione, vieni e basta. E quando lo facciamo si fa una festa in cielo (vedi la parabola del Figliuol Prodigo) e non solo, Dio poi ci riempie di ogni bene. L'invito di Dio è aperto, costante e generoso.

La versione inglese della Bibbia “The Message” mette 2 Pietro 1:10 così:

“Quindi, amici, confermate l'invito che  Dio vi fa, l'avervi scelto. Non rimandate, fatelo ora. Fatelo, e avrete la vostra vita su una solida base, le strade spianate e la via spalancata per il regno eterno.”  (2 Pietro 1:10 MSG)

Se siamo persone che hanno "confermato" quell’invito, allora il nostro scopo è estendere quell'invito agli altri. 

Recentemente mi sono imbattuta nel concetto che l'ospitalità biblica è una questione di giustizia: l'ospitalità riguarda la parità di accesso al Regno di Dio. Non ci avevo mai pensato in questo modo e sono stata sfidata e sgridata allo stesso tempo. Ma ha un senso; se l'invito di Dio è per tutti, allora dovrebbe esserlo anche quello della chiesa.

Sono un grande fan delle liste (sono una che elabora visivamente, quindi mi aiuta vedere le cose scritte) vado sempre a fare la spesa con una lista, faccio la valigia con una lista, prendo decisioni che cambiano la vita con una lista. Prima di trasferirmi in Italia ho passato del tempo a pensare e pregare su quelle che sentivo essere le aspettative di Dio nei miei confronti, e le mie nei suoi;  era una lunga lista. Ma in cima alla mia lista per l'Italia c'era la richiesta di una bella casa dove le persone potessero sperimentare qualcosa di Dio e dove si sentissero benvenuti.

Ecco qualcosa che ho trovato e messo nel mio diario in quel periodo.

“E se invece aprissi le porte, creassi spazio, vivessi ogni giorno con uno spirito di benvenuto? Come sarebbe se ogni persona che incontro sapesse di avere un posto per loro intorno al tavolo della mia vita, per pochi momenti o per tutto il tempo in cui hanno bisogno di stare lì?”

Se sono onesta, non sono sempre stata all'altezza di questo, ma continua ad essere qualcosa per cui prego, e ho visto Dio onorare questo desiderio.

Quindi la nostra ospitalità nasce da un cuore grato e risponde all'amore e all'accoglienza di Dio per noi, rispecchiando il suo invito aperto, costante e generoso.

La nostra accoglienza deve essere: aperta, costante e generosa

La seconda caratteristica dell'ospitalità è quella dell'accettazione.

2. Accettazione

Mi chiedo, chi troviamo difficile da accettare a causa di chi o di cosa sono? Chi disapproviamo? Tutti noi abbiamo i nostri pregiudizi; il punto è che, come cristiani, non dovremmo essere a nostro agio con ciò, né dovremmo non sforzarci di liberarcene.

“Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste.” (Matteo 5:46-48)

Non ci sono messaggi contrastanti da parte di Gesù;  l'invito al Regno è per tutti e non solo per quelli che pensiamo ne siano degni.

Diamo uno sguardo al suo incontro con la donna in Samaria.

“Ora doveva passare per la Samaria. Giunse dunque a una città della Samaria, chiamata Sicar, vicina al podere che Giacobbe aveva dato a suo figlio Giuseppe; e là c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del cammino, stava così a sedere presso il pozzo. Era circa l'ora sesta. Una Samaritana venne ad attingere l'acqua. Gesù le disse: «Dammi da bere». (Infatti i suoi discepoli erano andati in città a comprare da mangiare.)  La Samaritana allora gli disse: «Come mai tu che sei Giudeo chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» Infatti i Giudei non hanno relazioni con i Samaritani... La donna gli disse: «Signore, dammi di quest’acqua, affinché io non abbia più sete e non venga più fin qui ad attingere». Egli le disse: «Va’ a chiamare tuo marito e vieni qua». La donna gli rispose: «Non ho marito». E Gesù: «Hai detto bene: “Non ho marito”, perché hai avuto cinque mariti, e quello che hai ora non è tuo marito; ciò che hai detto è vero».” (Giovanni 4:4-9. 15-18)

Nessuno avrebbe dovuto essere in giro a quell'ora del giorno, è per questo che lei è lì, per evitare le critiche e la disapprovazione della sua comunità. 

Vedete, è una donna con un passato e un presente non molto rispettabile. E quest'uomo, chiaramente ebreo, le chiede da bere;  non sa che ebrei e samaritani non condividono bevande o cibo perché questo li renderebbe entrambi impuri? Inoltre, uomini e donne non sono autorizzati a parlare l'un l'altro in pubblico, figuriamoci condividere da bere.  Sta infrangendo tutte le regole! Si può quasi sentire la sua frustrazione per la sua situazione.

Ma l'invito all' accoglienza è aperto, costante e generoso. C'è qualcosa nel suo invito a trovare l’acqua che non si prosciughi mai che lei non può ignorare; lei lo prega di condividerla con lei. Ed è allora che lui la vuole mettere in difficoltà: "Vai e porta tuo marito". 

Accidenti, si scopre che l'acqua viva è solo per chi è moralmente onesto. Non sappiamo perché lei confessi la verità, o con quale tono lo faccia,  ma è ricompensata con la lode piuttosto che con la condanna, l'accettazione piuttosto che il rifiuto. La conseguenza di questa accettazione è che si sente abbastanza sicura da tornare alla sua comunità e condividere la notizia che potrebbe aver appena trovato il Messia.

Quindi,  lo chiedo di nuovo:  chi troviamo difficile da accettare a causa di chi o di cosa sono?  Chi è che disapproviamo? Non sono diventata credente perché pensavo di essere una peccatrice, sono diventata credente perché ho risposto a un Dio che mi ama incondizionatamente. 

Ci sono voluti probabilmente altri due anni prima che afferrassi il significato di essere salvata dai miei peccati. Alcuni di noi rimarranno che non è nostro compito condannare le persone per i  loro peccati; quello è compito dello Spirito Santo. Noi discepoliamo le persone in amore perché  siamo stati amati per primi.

2 Pietro 1:11 dice: 

“In questo modo infatti vi sarà ampiamente concesso l'ingresso nel regno eterno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo.” (2 Pietro 1:11)

Facciamo di non essere noi a chiudere quell’ingresso con la nostra disapprovazione.

L'ospitalità è:

  • Accoglienza - aperta, costante e generosa
  • Accettazione - amiamo perché Lui per primo ci ha amati.

Infine, l'ospitalità è caratterizzata dall'appartenenza

3. Appartenere

Prima di tutto, torniamo indietro e diamo un'altra occhiata al versetto di 1 Pietro 4.

“Siate ospitali gli uni verso gli altri senza mormorare.” (1Pietro 4:9)

Qui Pietro sta parlando alla chiesa di coloro che già appartengono alla chiesa. Sta scrivendo in un periodo di persecuzione, quando molti cristiani erano rifugiati con pochi beni o risorse, costantemente in movimento e in viaggio da una città all'altra; persone senza casa, ma a cui era garantito, attraverso l'ospitalità, un posto a cui appartenere. 

Per coloro che offrivano ospitalità poteva essere rischioso e  a quei tempi ospitare poteva essere davvero un un  onere molto reale per coloro che la offrivano alle loro sorelle e ai loro fratelli nel bisogno. Non si trattava di organizzare una cena o di invitare un po' di gente, si trattava di mettere in gioco la propria vita per soddisfare i bisogni dei fratelli e delle sorelle in Cristo. 

Quindi la potenziale tentazione di lamentarsi era ovviamente grande. Forse adesso non viviamo in quei tempi, ma mettiamo a rischio la nostra privacy, la nostra reputazione, il nostro denaro in base a chi invitiamo? Come dovrebbe essere dunque la nostra ospitalità per aiutare le persone ad appartenere?

"Gesù, entrato in Gerico, attraversava la città. Un uomo, di nome Zaccheo, il quale era capo dei pubblicani ed era ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non poteva a motivo della folla, perché era piccolo di statura.  Allora per vederlo, corse avanti, e salì sopra un sicomoro, perché egli doveva passare per quella via.  Quando Gesù giunse in quel luogo, alzati gli occhi, gli disse: «Zaccheo, scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua».  Egli si affrettò a scendere e lo accolse con gioia. Veduto questo, tutti mormoravano, dicendo: «È andato ad alloggiare in casa di un peccatore!»  Ma Zaccheo si fece avanti e disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo».  Gesù gli disse: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio d'Abraamo;  perché il Figlio dell'uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto»." (Luca 19:1-10)

Amo Zaccheo; è una storia così bella e ci insegna come chiesa che  non solo dobbiamo offrire ospitalità, ma dovremmo diventare il luogo a cui le persone possono veramente appartenere. 

Gesù stava passando per Gerico e vide un uomo piccolo e basso su un sicomoro. Questo piccolo uomo era un esattore delle tasse e, come la maggior parte degli esattori delle tasse a quel tempo, si approfittava della sua posizione aggiungendo cifre oltre la tassa da riscuotere che poi intascava. Dire che era impopolare sarebbe un eufemismo. Guardate cosa dicono le folle quando vedono Gesù entrare nella casa di Zaccheo: tutti brontolavano: "È entrato ad alloggiare in case di un peccatore!". Secondo loro, non era per nulla simpatico, o amabile;  era un emarginato, che poteva avere una bella costruzione, ma non aveva nessun luogo da poter chiamare “casa”.

Mentre scorriamo il racconto possiamo vedere come Gesù gli da  un invito di accoglienza; chiama Zaccheo per nome. C'è una connessione personale che guida il resto della storia. Gesù chiude la distanza tra lui e Zaccheo quando dice: "Zaccheo, scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua". Pensa a tutti gli inviti e le feste che Zaccheo deve essersi perso a causa di chi era. 

Infine, Gesù vuole entrare nella sua vita quotidiana. C'è qualcosa di molto personale nell'invitare qualcuno in casa tua. Tutto è in mostra ed è dove siamo veramente noi stessi ed è lì che Gesù vuole essere.

Nella vita di Zaccheo o nelle nostre vite, Gesù conosce il nostro nome. Gesù vuole colmare la distanza tra noi e lui, e vuole accedere ai nostri spazi più intimi. E la bellezza di questa storia è che Zaccheo fu cambiato per sempre. 

Quando sei accolto e accettato, scopri di appartenere e di avere un posto da chiamare casa. La nostra preghiera dovrebbe essere che le persone possano venire e chiamare questo posto "casa".

L'ospitalità è:

  • Accoglienza - aperta, costante e generosa
  • Accettazione - amiamo perché Lui ci ha amati per primo
  • Appartenenza - un posto da chiamare casa

Un ultimo pensiero. Non possiamo pensare all'ospitalità senza guardare Ebrei 13:2.

“Non dimenticate l'ospitalità; perché alcuni praticandola, senza saperlo, hanno ospitato angeli.” (Ebrei 13:2)

Ve lo siete mai chiesto?

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